Damiano's profileIl Luogo dei SogniPhotosBlogLists Tools Help

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    December 10

    scrivere, lavorare, sfogarsi

    Stasera vorrei scrivere qualcosa. Magari questi benedetti scambi di dialoghi. Magari la scena intera. Forse vorrei aggiustare qualche tono di voce, qualche espressione. E’ che questa dannata storia la sento troppo mia. La conosco già tutta, è tutta dentro di me, questa storia sono io. E cavolo se fa male ogni volta che provo a lavorarci. Fa male qui, alla bocca dello stomaco. Fumo duecento sigarette, mi distraggo con tremila cose, ma continuo a star male. Non riesco a lavorarci perché ci sto troppo dentro. Non è professionale come comportamento, lo so. Ma io ho provato di tutto. Il personaggio che più sento mio alter ego l’ho fatto diventare donna. Il contesto è uno dei più assurdi ed insostenibili. E’ tutto un altro mondo. Solo la città è la stessa, ma si vede di sfuggita. Eppure non ci riesco. Mi fa male come coltellate scrivere delle vite dei miei personaggi. Anzi, loro se le scrivono da sole, le loro storie. La mia difficoltà è stargli dietro, perché mi ritrovo proprio insieme a loro, in un mondo reale. E’ nella mia mente, ma è reale. E mi fa male.

    Tengo troppo a questa storia. Sono un gitano resistente alle emozioni, ma questa mi distrugge. Qualche santo protettore, qualche demone vodoo mi protegga.

    November 26

    Il sipario cala

    Quando finisce uno spettacolo, e oltre il sipario cala tutto, mi assale un’improvvisa angoscia. Via il cd delle musiche, richiudiamo il copione, strappiamo la scaletta illeggibile fissata con lo scotch sul mobile del mixer audio. Questo per iniziare. Si comincia col proprio spazio di appartenenza. Quello che è il luogo del tuo lavoro durante la sacra rappresentazione, perde ogni magia. La cabine di regia, il buco misterioso. Laddove inviti la gente a tacere e spegnere i cellulari, laddove dai luce al buio, laddove prendono via tamburi, rulli, fanfare. Basta, chiuso. Il collega direttore delle luci sembra che dia colpi di mannaia quando cala i cursori e rimane solo i freddo neon della sala. Scendendo giù, cammino per la platea deserta, e dove prima veniva quel lieve e soffice, malamente camuffato vociare non c’è più. Non c’è proprio più niente. Carte di caramelle, matrici di biglietti, forse fazzoletti. Nient’altro. Salgo sul palco. Il direttore di scena, o chi per lui, comincia a smontare. Comincia coi teli, che sono più delicati. Via il muro della casa del vecchio, via le pareti della casa del padrone, via l’entrata del bordello. La magia fa si che si possano tutte ripiegare ed infilare in una sacca. Io comincio a radunare gli oggetti. L’elmo, la lancia, la spada. Infilo tutto dentro il tamburo, che tanto è grande. La lancia no, è troppo lunga, la metto da parte. Però nel tamburo ci entra pure il calice di pozione magica e il pitale. In un attimo ,sparisce tutto ciò che fa Antica Roma. Dentro un tamburo.

    Zzzzzzz…Zzzzzzz. Comincia il trapano. Si schiodano tutte le assi: via l’insegna, via i pilastri delle fondamenta. In un attimo, tutto a terra, e un attimo dopo, tutto dietro l’ultimo muro. Ora, quella che era una geometria è un palco che fa eco, vuoto, grande, inutile. La magia non c’è più.

    Provo a cercarla nei camerini, mentre cerco di far caso a qualche altro oggetto sfuggito al controllo. La cerco nei personaggi, nei protagonisti delle storie di cappa e spada, di amore e tradimento, di servi furbi e soldati sciocchi. Niente, i personaggi so no tornati uomini. Chi veste con il giubbino di pelle, che si apparta sorridente con la tizia che era in terza fila, chi corre fuori a fumare e chi va a cena tutti insieme. E l’eroe? La principessa?

    Rimane con me solo la costumista che fa sparire le ultime tracce, e il ragazzo/ragioniere della compagnia che mi stacca l’assegno. Il sipario è calato, ho fatto il  mio lavoro, ho qualche soldo. Dovrei essere contento.

    Ma mi accorgo improvvisamente che mi manca e mi mancherà quella magia che ho avuto a mia disposizione tutte le sere.

    October 26

    stream of consciusness

    L’importante è finire. Si comincia, si sviluppa, si finisce. Non ho mai cominciato niente, credo. Ho sviluppato sempre male le cose, in maniera insana, e a chiudere non sono capace. Non è questo ciò che voglio, ma non posso farne a meno. Che palle. Mando la musica senza vedere ciò che sta accadendo, la scena immaginata e creata. Boh! E’ stressante. Lo stress è il male del nostro tempo. Cucciola, cucciolina, i tuoi baci... Belve, tigri, piranhas, licaoni. Il licaone, strano nome. E strano animale, con le orecchie grandi. Netlog, lo spazio aperto allo sfogo immaginario della gente. E io qui, che non so che cazzo fare. Mi faccio una canna, di quello buono. Mi son rotto i coglioni. Non so che voglio. Meno male che parto. Cazzo, parto, da buon gitano parto. Ecco che cosa mi rende nervoso ed inquieto: è da troppo tempo che sto fermo. Forse non vedo l’ora di partire. Partire è per un gitano tornare ad essere sè stesso. Forse sarà questo. E se perdo il trampolino di lancio? Mi consolo sapendo che tanto potrebbero aver tolto l’acqua alla piscina. Sto male, un distillato di malore. E' fisico ai denti e allo stomaco, la mente è tutta malata. Sono un pazzo come Remo, forse. Ma lui si cura con la fica. A me che mi cura? Le nuvole, laggiù, le nuvole che corrono via. Ma neanche. E’ solo un funk romano matto in culo. Questa è roba mia, solo roba mia.

    Le Trois gymnopedies: mi rilassa e aumenta la mia melanconia. Mi butto dal fiume, ma si. No, troppa attesa tra il salto e l’arrivo. Fastidio, fastidio. Questa vita è un fastidio. Almeno se fossi padre…magari fossi padre…qualcuno più piccolo di me mi terrebbe per le palle, e mi farebbe sciogliere ad ogni mugolio. Ma che padre di merda sarei, se fossi padre. Sono solo un figlio, per ora. Figlio della terra, naturalmente. Nella buona e nella cattiva sorte, suo figlio. Mia madre ha cinquantanni e non li dimostra. Forse vorrei avere cinquanta anni, ma sarei corrotto. E odio la corruzione. Una merda, ma incorruttibile. E’ più giusto. Lo squalo è il mio animale preferito. Perché?

    Direi perché è nobile, armonico, plastico, maestoso. Silenzioso, discreto, un approfittatore delle migliori situazioni. Misurato. No, no. Mi piace lo squalo e basta. Mi piace lo squalo perché è uno squalo. Lo squalo martello non mi piace, è brutto.

    Son stanco, stanco sempre più stanco. Everyday, come everynight. 6 anni non basterebbero ad evidenziare i cambiamenti.

    Vado a prendere la canna, che mi scoppia al testa.

    Mi faccio schifo. Però sono sincero.

    October 13

    PIANTARE LE TENDE

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    Eccomi qua…al suono della musica elettronica e mentre costruisco una tendina…torna il gitano factotum a parlare…

    Che dire? Dico che chi è senza radici come me, una trottola, certe cose forse le può raccontare con più chiarezza, perché si lascia trasportare meno dal luogo, dai ricordi e dalle realtà passate. Io vivo l’ora,  quando e il perchè è di adesso..

    E se guardo l’ora, l’adesso, dico che se rinneghi un ideale, un progetto, una di quelle cose che tu finché non vedi realizzate aborri l’idea di fare le valigie ed andartene, beh, se sei capace di fare questo quando ancora puzzi di latte e l’unica cosa che hai è il tuo spirito (spirto guerrier ch’entro ti rugge), allora stai sbagliando. I gitani non giudicano mai, l’ho detto, ma sanno qualche cosa: e sanno che la parola, la promessa, è l’unica cosa che hai.

    Sanno i gitani che se vendi l’anima hai venduto l’unica proprietà che hai, e poco importa se nel passato hai dimostrato di averla. La tua anima serve ora e qui, in questo momento, serve a dare forza a chi un anima ancora non ce l’ha e a difendere i fratelli da chi quell’anima vuole portagliela via.

    Serve a  farti sentire vivo, a farci sentire vivi, a fare di noi un corpo unico. Hai buttato via l’anima perché sei esausto (devi allenarti alla fatica, fratello, la mentalità gitana ti porta in giro per il mondo, ti fa mangiare la strada come se fosse di frutta), hai detto di non avere l’anima perché il passato ti ha stancato. Ma il passato non serve fratello, se non per costruire il tuo futuro, agendo sul presente.

    Ho diritto a dirti questo, fratello, come devo dirti che stai facendo una cazzata, come dicendoti che sei una testa di cazzo.

    Perché se abbandoni la via della conoscenza, ti tocca trasformare la tua tenda in un muro.

    E i muri non camminano. Si crepano col tempo e con la stanchezza, che invece di andare via mangia tutto.Amen fratello, amen amico, amen gran testa di cazzo

    September 28

    E' TEMPO DI...

    E’ tempo di svegliarsi, fratelli. E’ tempo di farsi rodere, di non accettare. Non è solo tempo di vaffa, è tempo di voglio e arivaffa. E’ tempo del giusto, di non inseguire più il successo ma la giustizia, è tempo di ottenere ciò per cui si fatica e si suda. Niente più accontentarsi, niente più pretendere, ma ottenere. Ottenere, ottone, lega, metallo, forza. Le nostre vite sono tutte originali, ognuno di noi è così speciale che solo lui può essere lì in quel momento: ottenere di avere quel momento è sacrosanto. Non discorsi di preparazione, di capacità o di stima altrui. Semplicemente, la naturalità di essere l’unico a poter fare questo o quello. E’ così che deve essere, non altrimenti. I gitani direbbero: è come spostarsi con i propri carri, la propria casa, lungo ed intorno al mondo: perché?

     Perchè è quello il nostro posto. Indipendentemente dagli altri e dai sistemi. I gitani si spostano. Gli uomini, noi…noi viviamo.

    September 04

    IL PENSIERO DI UN ATTIMO

    Quando il pensiero della morte ti sfiora per un attimo. Non so, a dispetto dell’età giovane, penso sia comune. La facilità della morte, per esempio. La Morte, maiuscola. L’unica entità astratta divina veramente giusta, che se ne frega di soldi potere e simpatia. Milioni di morti corrono nella mente: la macchina che non controlli da troppo tempo, un viaggio in zona di guerra, non guardi il semaforo, non metti il preservativo – peggio ancora, è rotto -, bevi troppo, mangi funghi raccolti da solo, inciampi, sei al posto sbagliato al momento sbagliato, non dai retta ai tuoi genitori, dai retta ai tuoi genitori, ti dimentichi di spegnere il gas, sbagli boccetta a cui attaccarti quando hai sete, violi le condizioni di sicurezza, non sai cos’è la sicurezza, hai una maledetta sfiga del cazzo, te le vai proprio a cercare, vuoi emulare il tuo idolo ribelle, non hai nessun idolo da emulare, vuoi essere un idolo, tutti si chiedono troppo da te, non ti ami, non chiedi niente a te stesso, batti la testa, una lametta a facile portata di mano, sei circondato da pazzi malati dissociati omicidi, Dio ti punisce, il partito non ti assiste, non mangi, non bevi, non hai le medicine, sei cagionevole, corri troppo, scarsa attività fisica, ti tagli, ti sbucci, sangue vomito vertigine freddo.

    E’ normale, pensare a questo. Ci penso, non spesso ma con una certa frequenza. Balenio di immagini improvvise. Non ho paura, né terrore, la morte la vita la differenza tra essere vivo e non esserlo. L’unica preoccupazione è quella di far sì che i due stati della materia siano distinguibili. Essere morto sia non essere vivo. Senza pensare di perdere nulla, senza sperare di ottenere qualcosa. Semplicemente, dare alle due cose una precisa identità. Siamo ombra e polvere. 

    July 16

    VIUUUULEEEENZAAAAAAAAAAAAA!!!!!!

    Dall’ultima volta che ho scritto:

     

    • Ho comprato la mega tenda con cui albergherò in Spagna…credo l’abbia costruita Roberto Carlino…
    • Sono ripartiti i genovesi;
    • Sono uscito con due australiane rimorchiate mentre riprendevo a piazza Farnese una manifestazione della sinistra democratica: portate al concerto dei Nido d’Arac con il buon Sgherri;
    • Ho accettato di andare a Parigi il prossimo febbraio, per sei mesi: ho scoperto che viene  anche la dazed and confused Ilaria, e devo dire…yeah!;
    • Ho scoperto che a gennaio lavorerò di nuovo in tournee…olè!!!;
    • Ho scoperto che ancora devo finire un po’ di cose per il 20;
    • Ho scoperto che l’amica Ren è parente dell’ultimo imperatore della Cina…epperò!!!
    • Ho conosciuto Vale…yuuuuh!!!
    • Mi sono distrutto alla festa Erasmus (che poi era deserta) al Sunset…mi sono troppo divertito…ho incontrato pure Cecca quella sera…
    • Er Piotta mi fa sempre più tajare…shhhhhh…

     

    Tante cose, ma sono sempre in fibrillazione e non sto mai tranquillo, come se fossi scontento…manca qualcosa…che sarà?

    July 03

    MENTA FREDDA, NON MENTE...DICE VERITA', E ANNUISCO COL MENTO

    OK. Ora che sto a mente fredda posso concludere qualcosa. Due bore, una molto bella mora, l’altra no, però prorompente e porcona, bionda. Si mettono a ballare davanti a noi, si accarezzano, si baciano. Si baciano, sensuali, sapendo di farlo solo perché noi folla di uomini glielo abbiamo chiesto. Non ci vedo più. Metto la mia testa tra la loro, sento l’odore dei loro profumi e delle loro pelli, le mie labbra, che puzzano d’alcool, si avvicinano.

    “No, abbasta così”, dicono, e se ne vanno. Dio, sono eccitato come un koala unico sopravvissuto della specie. E loro se ne vanno.

    Finisce che pomicio con una spagnola che aveva solo gli occhi carini, il resto non lo ricordo perché era ininfluente. Smacco dello smacco, se ne va mano nella mano con un altro. Fortuna che neanche il nome ci siamo detti. E aveva le dita piccole: bleah!!!

    Come è ingiusta la vita, che mostra e non offre.

    Però che seratona che ho passato, con i grandi.

    Che bella la vita.

    Ormai bevo solo cocktail  a base di mentE fredda.

    Magari un mojito

    June 29

    A MENTE FREDDA

    Niente Marja, ieri sera. Niente donne, ieri sera. Però è una gran sera. La luna enorme, un leggero vento che trasporta corpo ed anima e lo fa faticare di meno. 100 metri per tornare a casa, ed ecco lo scenario più bello della serata: il cadavere della notte estiva. Sono le 3.30, e l’estate ha il potere di regalare, alla fine delle sue giornate, le tracce più evidenti della vita che si è spenta solo per poche ore, tracce sparse ovunque intorno.

    Fumando l’ultima sigaretta faccio il giro più lungo, e compongo il mosaico di brandelli che mi circondano. Per la maggior parte si tratta di bottiglie, di ogni colore e con ogni etichetta possibile, dal verde appare il blu, strisce gialle nere bianche, bicchieri ogni tanto, tappi ovunque. Mini-bottiglie, fiaschi e lattine. L’estate asciuga la gola, ma soprattutto fa venir voglia di bagnarla.  Le trovo ovunque: sulle panchine – vedo la coppietta ai primi approcci che se l’è scolata -, sui muretti, disintegrate tutt’intorno, sui cofani delle macchine – cavolo, erano due ore che andava in giro con in mano questo resto, da qualche parte doveva posarlo –, che strabordano tipo schiuma dai cassonetti ormai pieni.

    Vedo cicche di sigarette ovunque, là in terra, e vedo fogli e foglietti di vario tipo: conti di ristoranti troppo eccessivi- meglio buttarli e dimenticarli- , pubblicità di ogni locale che nasce e muore in un giro di Sol, pezzi di biglietti d’autobus diventati nella migliore delle ipotesi filtri per le sigarette o quant’altro. E vedo fototessere, finite a terra chissà come, resti di cibarie sbranate in un attimo – fame tossica di vagabondaggio estremo -, un mazzo di chiavi – qualcuno vagherà più di me, stasera -, un braccialetto di quelli comprati dal senegalese che saluta all’americana.

    E vedo, là in terra, un senzatetto che dorme all’aria, circondato di cartoni di vino. E’ un resto anche lui. Accanto a lui, un altro collega di sventura che si masturba nella notte – come ci riesce, non lo so, ma buon per lui -. Metto quest’immagine con le bottiglie, i foglietti, le chiavi, e mi sto convincendo che siano resti inorganici anch’essi. Finchè non passa un’ultima banda di vagabondi come me che canta canzoni a squarciagola, stonate dall’alcool, mi desto dal torpore immaginativo, e ricomincio a sentire che respiro, aggiungo la mia cicca al cadavere della giornata, e ritorno a casa.

    June 28

    STO PER USCIRE

    Tra un po’ Ostia… l’escursione spagnola in anticipo…whisky…sabbia…si spera donne…goliardia, insomma..

    Mentre quello dietro...suonava…mentre il vigile...fischiava...io mi rollo un po’…di marijuana OLE’…

    (c’è pure Marja, stasera)

    Arrivo a lavoro...ma sento che avanza…molto lentamente la mia fattanza…

     

    Il limoncello già l’ho bevuto...il vino pure..olè!!!!

    Tondelli ,ti studio domani…nel frattempo passo la serata come altri libertini…te la dedico, mitico…!!!!!!!

    June 19

    PAROLEPAROLEPAROLEPAROLEPAROLE

    Parole. Parole

    Scrivo bene, ci posso stare. Ma essere ciò che scrivo, no.

    Scrivere è ridurre l’enormità dei significati che ci circondano in pochi significanti.

    Che bella frase! Ma che belle parole! E tutto il resto?

    Si, se voglio posso essere chiaro ed esauriente. Ma che soddisfazione quando qualcuno legge tra le righe, riesce a vedere il respiro che ci metto tra un soggetto ed un verbo, tra un infinito e una proposizione.

    Scrivo per passione, per necessità, per gioco. Scrivo perchè mi obbligano, scrivo.

    Scrivo per immagini, scrivo per metafore.

    Scrivo, scrivo, scrivo.

    Ma la mia mente, la mia anima, sono solo una pagina bianca: bianco è il colore che racchiude tutti i colori. La mia anima racchiude tutte le parole, anche quelle che ancora non sono state inventate.

    Leggete la mia anima, vi prego.

    June 07

    LA BIONDA DELLA MIA VITA

    Fumo fino a star male.

    E’ un verso di Sarah Kane, la grande poetessa moderna, una persona veramente libera.

    Secondo me le dava fastidio anche respirare, ma è una delle poche tra noi che ha sentito l’odore della libertà, ha goduto di rari momenti in cui ci si riesce a scorgere e ad intravedere il panorama del giusto.

    Sarah Kane è morta suicida a 27 anni. Dalle foto che ho visto, era bellissima. Non è vero che i suicidi hanno nel fondo dei loro occhi l’immagine dell’angoscia: lei aveva due occhi bellissimi, rassicuranti.

    Fumo fino a star male perché tanto già mi sento male, e non sono le sigarette. Tipo nausea, torpore più che stanchezza. Non è il poco sonno, non è quello. Forse è che non ho più forze, non ho la forza di cercare di farmi capire ancora, di capire ancora, di parlare per arrivare ad una conclusione. Non è neanche tanto perché ormai si è capito che ottenere sacrificio è troppo difficile da raggiungere, e non perché penso di impegnarmi di più, ma perché io ci credo di più, ne faccio più una questione di vita sulle stronzate.

    Fumo perché mi piace, cazzo, mi piace tanto. Mi piace anche il raschiamento della gola, vaffanculo. Fumo perché non mi va di studiare, non mi piace più studiare, o studio altro. Non mi va di studiare perché finisco dentro l’ingranaggio della mediocrità, e perdo di vista quello che non so e mi è necessario.

    Non mi va neanche più di scrivere, e sì che ne ho di immagini nella testa, ma proprio l’atto mi nausea.

    Non mi va più di tollerare, di ascoltare, di comprendere, anche se non ci riesco a non calarmi nell’altro.

    Fumo perchè ho caldo. Non è che le donne non le capisco, ma non le capisco più, io dico che non le ho mai capite. Non mi hanno deluso, mi stanno annoiando perché parlo a me stesso, se parlo. Sto zitto con me stesso, e lascio scivolare parole, giustificazioni e dichiarazioni da un orecchio all’altro. Non credo sia colpa loro, e non è colpa mia. Colpa dell’uccello che ogni tanto prende il sopravvento sulla mia mente, ed  è colpa della mia mente che ogni tanto mette in gabbia l’uccello. E allora me ne accendo un’altra, ci penso uguale, ma il sapore è buono.

    Non ho nulla da rimproverare  a nessuno e non riesco a rimproverarmi. Agisco senza aspettare l’effetto perché dell’effetto me ne frego. Agisco per agire, senza criterio né soddisfazione. Altra boccata.

    Se scopo, mi annoio. Se non scopo, mi annoio lo stesso. Mi annoio sempre. Ma non è solo questo: ci fumo sempre sopra e dico che mi annoio e mi abbatto. Sarà pure questo caldo.

    A me piace pensare che sia il caldo.

    Fumo fino a star male.

     

     

    May 02

    SUBLIM[AZION]E

    OVVERO DI QUANDO CONOBBI GENOVA

    Sublime. Azione. Sublimazione.

    Sublimazione: 1.(chim.fis.) passaggio diretto di una sostanza dallo stato solido allo stato aeriforme. 2. (psican.) processo inconscio per cui, nei soggetti normali, l’energia psichica che nasce dagli impulsi e dagli istinti inferiori si rivolge, si scarica in attività socialmente utili. [Garzanti]

    La sublimazione è il mio incontro con Genova. Incontro dell’azione, e qui mi ricollego alla psicoanalisi, le azioni socialmente utili: la società in questione sono io, io e miei compagni di viaggio, io e gli incontri di viaggio. Socialmente utili. Un magma interiore che forse l’acqua del porto, l’odore del porto fanno reagire chimicamente e fanno esplodere all’infuori, in una frenetica attività tutta rivolta a costruire situazioni e contesti, scanditi da massime ed immagini arbitrarie e pure, finalmente per una volta pure. All’insegna di un nuovo dandismo di stampo italiano, la cura dell’inutilità necessaria a dare un senso ed una missione.

    Incontro del sublime, poi: il sublime tra le mie gambe, il sublime di un piccolo regno superstite altezzoso e corrotto del passato, il sublime di una trivialità gastronomica senza memoria, di sapori e di puzzi amabilmente miscelati. Il sublime della scoperta di una scintilla di vita nell’ozio e nello spreco di momenti improvvisati, di feste istantanee e di spuntini fuori programma.

    Sublimazione, in pratica, la chimica c’entra nel momento in cui tutto questo processo di incontro si scontra in un’aerosità, in un effimero invadente, in un tempo scelto di (tras)correre e non guida. Dalla solidità di una coscienza troppo incline a chiedersi e a sbagliare, di una vita in cui le scelte sono ponderate e cristianamente tranquille nella loro predestinazione, all’aerosità di una nuvola, della spuma di mare, di un profumo, di un sapore. Si scioglie un corpo macero di già, stressato e improprio, in un’anima capace di migrare in tutte le altre anime, e divenire come il mare, gocci dopo goccia un tutt’uno, sospesa.

    Genova per noi è questo: saliscendi, scendisali, il porto, i vicoli, e attaccato qualcos’altro. Ossimorica, l’ha definita un mio amico. Falsa, dico io, e per questo tanto più vera, perché che è imperfetta te lo dice in faccia e con sincerità: una volta tolto il fastidio, rimane nuda e si gioca alla pari.

    La città pericolosa perché c’è il porto, la città della natura perchè c’è l’acquario, la città della parsimonia. Sì, vabbè, ma sono cazzate. Non c’è etichetta per un posto che scontra la musica contro i vicoli con le puttane, la periferia che la attacca al centro, il Genoa con la Sampdoria, gli algerini con gli italiani, i gangster con i bravi lavoratori.

    Semplicemente, Genova.

    April 21

    MODA POP IN SALSA ROMANA CON TONI HIP HOP

    Entro appena in tempo per l'inizio dell'evento. Mi raccattano Zago e Luigi il catanese a pochi metri dall'entrata, il ritardo è di circa mezz'ora, ma anche l'evento viaggia sullo stesso rallentamento. Sono arrivato con Fede, mi ha portato lei col motorino: lei si è messa i tacchi - è molto carina, stasera - il viaggio è stato un pò difficoltoso. Pochi metri ma di forza. Entriamo come i vip, dopo aver tagliato una folla che comprende nell'ordine sparso bellezze simili a dee, persone brutte che cercano di nasconderlo in abiti e trucchi ancor più brutti, trans gagliardi e in coppia, i soliti coatti e figli di papà. Molte volte ho visto questi due mescolarsi. Entriamo come le very important person esibendo un semplice sorriso e dicendo "siamo noi".
    Entriamo e ci accoglie uno scenario un pò particolare: direttamente dal sottopassaggio gladiatorio di Ridley Scott, due file di personaggi, raccattati come gli schiavi da ogni angolo dell'impero, diversi per forma, trucchi e linguaggi, sono seduti o in piedi schiacciati contro le pareti di questo lungo corridoio. Attendono, ci guardano perchè siamo gli ultimi, e poi tornano ad annusare l'aria.
    Difficilmente troviamo un buco sulla tela dove schiaffarci, finalmente ci arrampichiamo in un pezzo di spazio.
    Inizia il vero evento: da un telo su cui sono proiettate alcune immagini, e la musica tamarra del dj, vengon fuori ad una ad una le creature e le creazioni. Tranne qualche raro caso, poco degli abiti si salva - il modello Richard Benson, maglia con scritta "dissacra", è oltre il kitch, è pacchiano -. Le modelle mi piacciono perchè sono più in ciccia rispetto allo stereotipo, ma il tutto mi puzza di cugine e amichette raccattate qua e là dagli amici di questo o dal compare di quest'altro: come a dire, se loro fanno le modelle, io faccio il divo.
    Passo per un esperto di moda: lo sguardo ogni tanto si fa meccanicamente serio e professionale.
    Finisce la sfilata dopo un lampo, sono pronto a recitare.
    Ci infiliamo dentro lo spogliatoio delle modelle - l'occhio vorrebbe indagare, il pudore lo proibisce - in pratica è una cantina, si gela. Intervista all'organizzatore. Sui venticinque anni, studente di scienze politiche, parlata e modi di dire da destrorso. Non saremo mai amici, ma giochiamo a sorriderci. Finisco l'intervento con la domanda:"Ma la moda è per il partito democratico o per le altre soluzioni?". Non mi interessa la risposta, e stoppiamo la registrazione. Abbiamo finito, in teoria.
    Abbiamo sete, ora. Dentro, una qualsiasi cosa costa 8 euro. Col cazzo. Birra fuori, al bar, è cara pure lì ma il catanese taccheggia una corona, diciamo che andiamo nel giusto.
    Beviamo questa birra e fumiamo come impossessati, e torniamo al posto per i saluti e per far vedere che siamo onorati. Fede è carica, vuole ballare. Anche Zago, che è un gran ballerino. Luigi...beh, luigi non lo so. Io non mi dimeno, ancheggio come uno zombie perchè non mi piace ballare, e poi perchè sono rapito dalle immagini che mi girano attorno: faccio il resoconto istantaneo di tutto fino ad ora e capisco di non aver vissuto a Roma questa sera, ma in un qualsiasi buco pop di NY.
    Mi guardo intorno, e c'è un piccolo gruppo di cloni romani che gioca a fare l'hip hop: Primavalle come Harlem. C'è un tizio che se non abitasse a Borgata X e crescesse a ritmo di pane e mortadella, ma in una qualsiasi street o avenue e mangiasse hot dog, si chiamerebbe "Big", o "Fat", un altro potrebbe essere Funk Mc o Ghetto Damn't, magari è semplicemente Simone o Armando. Si muovono, smuovono una massa di carne in dettame break dance, ma sono romani e non sono afro, così inciampano, si scontrano e vanno fuori tempo. Ma ci provano, così strappano un applauso sincero. Adesso la musica nascosta tra il fumo artificiale pompa Jamie Foxx e la sua versione becera e pacchiana, molto negra, di Ray Charles. Voglio una donna...che mi dia i soldi quando ne ho bisogno. E' l'America, signori. Poi però mi volto con il viso: e là vedo un uomo sui sessantanni che credo stia per avere un infarto, balla, si dimena, suda con la sua camicia ormai tutta strapazzata e bagnata. Balla con la sua compagna, una donna sui 45 niente male, con un gran senso del rtmo. E' per questo che, non appena l'uomo prende fiato per non collassare, tutti circondano la bella signora fasciata di nero che si muove come quei vecchi amori dell'immaginario collettivo che riempivano le pagine dei rotocalchi nella dolce vita. Questa coppia invece mi trascina nelle vecchie balere, nell'italia più rustica, in quelle rotonde sul mare dove il ballo non è prova di forza, ma rito pagano e dionisiaco: la val padana, insomma, la vecchia romagna, la semplicità della voglia pura di divertirsi.
    Fat Boy balla accanto alla coppia da new balera, si inserisce tra di loro, inventa una strana danza di accoppiamento con l'affascinante donna in nero. Il marito non se la prende, forse anche perchè non ha più ossigeno al cervello, ride, si asciuga il sudore e sorridendo continua a muoversi.
    NY è come Roma, questa sera. La break come un liscio di Casadei. Tutti sono contenti, è come stare in mezzo ad un happ(y)ening.
    La sfilata è stata la cosa più inutile.
    Sono le 3.30, sono stanco, e soddisfatto e sfinito vado a casa.
    Alle 4e30 mi addormento, non ho bisogno di sognare perchè la mia fantasia è già molto eccitata.
    April 17

    LA COSA NUOVA

    La cosa nuova

    Il senso è tutto attorno a noi.

    Basta concentrarsi, e qualcosa viene fuori.

    Tipo, primo passo: osservazione.

    Il chicco di grandine che cade sulla mia macchina. Grandezza anomala, in un tempo solare che solo l’arcobaleno minaccia di variazioni. Il che è tutto dire, quando uno si è mangiato un saporito gelato poco prima.

    Secondo passo: analisi della situazione.

    Con un tal temporale, mi è impossibile pattinare sulla strada ed arrivare in tempo nel Tempio burocratico...il bip bip della macchina conta clienti è solo un’eco lontana…Retromarce! Si torna a casetta…

    Terzo passo: collegamenti mentali.

    La grandine è spettacolare. Così grande, poi…bianca, breve, rumorosa.

    La grandine è fatta d’acqua: l’acqua è uno dei quattro elementi.. Se avessi la padronanza di questo elemento, potrei governarlo ed indirizzarmi verso la scoperta e l’acquisizione della pietra filosofale. Che cosa significherebbe? Beh, poco direi: panacea, vita eterna, conoscenza, imprescindibilità del tutto nel particolare. Sarei Dio. E poi?

    Poi non esisterei più in questo mondo. Niente più bip bip nel Tempio! Niente più gite nel traffico!

    Però…però…però niente più gelato…niente più arcobaleno…niente più niente…

     

    Me ne torno a casa, è meglio, senza più troppi pensieri.

    La grandine è bella, dopotutto.

    Bianca, breve, rumorosa.

     

     

    April 15

    DONNA COMPLEX CAUSA MORTEM

    Titolo d’effetto, accattivante.

    Farò finta di ascoltare lui, Luca Damiano.

    Un mese e mezzo di convivenza sulle scene, tra alti e bassi.

    Un lavoro, forse, o forse un passatempo.

    La teoria di Luca e di tutte le pecore nere, stavo per dire.

    Dunque: cercare di capire la difficoltà che sussiste nell’inter(rel)azionalità tra uomo e donna. Le due metà di una mela, diceva Platone. L’elettrone e il protone di un atomo, direbbe Luca: si attraggono, ma la loro massa è diversa, le loro polarità opposte, la loro dinamica completamente diversa. Non c’entrano un cazzo uno con l’altro, però si attraggono.

    La teoria si poggia su 3 assiomi:

    1.     la donna è tutto ciò che ruota attorno alla fica.

    2.     Si può dire che l’uomo discenda dalla scimmia, ma la donna discende dalla zoccola: due specie differenti, è già tanto che non partoriscano un essere infertile come il mulo.

    3.     Non si può stare senza ciulare, e questo vale per tutte e due le specie.

    Alla luce di questi assiomi, possiamo trarre alcuni ragionamenti:

    I punti 1 e 3 determinano il rapporto causa/effetto dell’accoppiamento umano: l’uomo vuole ciulare e per farlo, in teoria, ha bisogno della vulva –questa purtroppo si circonda sempre di una donna.

    Però uomo e donna sono due specie differenti: così come l’uomo comunica con un cane per pochi suoni (alt!, a cuccia! sulle zampe!) ma non può spiegargli il concetto di Paradiso, così la realtà effettuale dei concetti trasmissibili tra uomo e donna non è totale, ma parziale di uno spettro di illusioni determinate dalla falsa credenza di essere uguale e opposti. Opposti, ma non per forza uguali.

    Quindi l’uomo, per raggiungere la sospirata vulva, dovrà cercare di comunicare qualcosa alla discendente evoluzionistica della zoccola: un essere brillante, intelligente, arguta, architetto, operaia e quant’altro, ma pur sempre discendente di una specie diversa dalla scimmia.

    L’uomo quindi mentirà, esagererà i suoi toni e le sue verità/bugie, e metterà sopra ogni altra cosa la voglia che ha di portarsi a letto (o sulla lavatrice, a seconda delle perversioni) l’oggetto del desiderio con tutto il suo contorno. Probabilmente troverà chi lo accontenta, ma l’altro essere, avendo altri codici genetici, interpreterà questa interazione in maniera diversa, molto diversa. Una sorta di ammaestramento senza forzature, ma con un grande stato dissociativo.

    Ed ecco che l’Amore va a farsi fottere.

    Così diceva Luca Damiano: uno che nella vita era figlio dell’aiuto regista di Vittorio De Sica, uno che era stato l’aiuto regista di Nanni Loy e Fernando di Leo, uno che è stato l’unico europeo a vincere l’Oscar del porno a Las Vegas.

    E’ arrivato a dire questo, e molta gente approva.

    Io? Io sono uno che pensa anche alla scopata, ma che desidera amare.

    Però che tristezza quando i rapporti tra uomo e donna sono così schifosi da pensare che non c’entriamo un cazzo uno con l’altra, e viceversa.

    E aspetto ancora di svegliarmi accanto a Lei, chiunque sia.

    Quella che discende anch’essa dalla scimmia.

     

     

    April 13

    PENSIERI CONTORTI MA GIUSTI

    Roma, settembre dell’anno di grazia.

     

    Settembre è un mese strano. E’ il mese in cui finiscono le vere vacanze estive (molto lunghe o almeno completamente oziose, per uno che è uno studente come me), ed i giorni che passano sembrano essere una rincorsa al godimento dell’ultimo istante di libertà, e ogni senso è proiettato a cogliere tutte quelle sfumature che dovrebbero garantire un’efficiente laboriosità e dedizione ai propri impegni per tutte le stagioni feriali a venire. Questo io lo noto in modo marcato presso un po’ tutti coloro che mi circondano, e forse è solo verso la mia persona che non riesco a vedere questo buffo comportamento maniacale, anche se certamente ne sono così affetto da non rendermene giustamente conto, come ogni buon uomo un po’ “tocco”.

    Quindi, avendo bisogno di capire, almeno per la mia persona, di cosa tratti questa eccitazione sensoriale, ho cominciato a concentrarmi su questo stato, cercando di, in qualche maniera, uscire fuori dalla mia persona e sedere accanto a me stesso, come faccio di solito con gli altri, e silenziosamente e – parlo con soddisfazione – molto discretamente, ho inizio ad indagare: in un primo momento, non ho fatto altro che mostrarmi superficialmente indifferente al clima di intimità che nasce tra gli animi (ammetto che sembra abbastanza strano questo discorso, vista l’effettiva identità degli animi in questione –io che osservo me stesso - , ma a ben vedere, quando un uomo si pone giudice di sè stesso, diviene vittima di uno sdoppiamento di personalità che non poche volte distrugge ogni forma di similarità tra indagatore e imputato: questo è il mio caso, appunto); appena dopo, ecco che ho cominciato a concentrarmi sui dettagli fisici che posso scorgere nella mia persona – concentrarsi su certe posture distorte, su certi spasmi del proprio corpo, su certi lapsus della propria lingua, o su azioni che oggettivamente non hanno luogo di verificarsi, credo si riveli un’eccezionale macchina della verità: specchiarsi ed osservarsi è al contempo umiliante, perché è difficile apprezzare il proprio corpo, che in azione appare fortemente estraneo, ma è anche una pratica illuminante, poiché traccia le linee guida per attraversare il sentiero contorto che porta alla conoscenza intima di sé stessi -. Per ultimo, poiché comunque sono sì diviso da me stesso, ma anche e per sempre cosciente di entrambi i pensieri delle entità in gioco, ho indagato sui frammenti di idee che viaggiano incontrollati, disorganizzati e difficilmente distinguibili nella mia mente (quella indagata, è ovvio, poiché per vedere l’altra, servirebbe un terzo occhio inquisitore, che al momento non è utile al raggiungimento dello scopo che mi sono prefissato: ora non è utile, ma è possibile - non so chi, una volta ha detto che ognuno di noi può essere centomila altre persone: io gli debbo credere, perché altrimenti non riuscirei a giustificare neanche la mia silenziosa e passiva seconda entità-): ho indagato quindi su quelle quasi impercettibili particelle di significato, allegate a ben poco chiari segni – vaghe immagini, sconnesse frasi, odori e tutte le altre categorie di significanti che formano l’uomo – e perlomeno, se non sono riuscito a decifrarle, le ho radunate e le ho organizzate tra di loro.

    Superate queste tre fasi, quindi, di scissione, di osservazione e di scavo, ho tentato di estrapolare l’oggetto ultimo della mia ricerca: quella indefinibile vittoria sulla vita, frutto di quei giorni di attentissima presenza nel reale, che mi renderà in grado con una buona dose di soddisfazione di accettare il fardello del dover fare, dell’essere efficiente  elemento della catena di montaggio umanitaria, e di poter rassegnarmi con il sorriso ad un anno di attesa per una nuova pausa “mentis”.

    In realtà, mi accorgo che tutto questo processo malato che ho usato per curarmi, non ha diagnosticato altro che una certa totale apatia, che risulta essere di sicuro quello che non speravo di notare: non ho apparentemente nessuna frenetica attività rivolta a generare un’estrema coscienza dell’essere. In teoria, forse dovrei essere contento, perché potrebbe dire che in me mancano ansie o non necessitano sicurezze particolari per affrontare l’anonimato di dodici mesi di ordinario tran tran quotidiano; o forse dovrei essere deluso, perché questa immobilità d’animo rappresenterebbe in sé stessa un bottino ben troppo misero e insufficiente in visione dell’inizio delle attività doverose. Peggio ancora, dovrei essere terrorizzato, perché non trovando nulla con così tanto zelo di metodo, dovrei pensare di non essere in grado di giudicarmi, e quindi di non essere cosciente di me stesso: ma questa eventualità la scarto dall’inizio, perché comunque l’accurato e preciso metodo d’indagine che ho adottato è già esso simbolo di una certa attività di coscienza di me stesso. Inoltre, rifiuterei anche le altre due tesi, la delusione e la contentezza, perché sento che non bastano a delineare il quadro della situazione: troppo spicciole, per uno che pare volerne sapere di più.

    Cosa rimane quindi della mia analisi? Il dato primo è che vivo in uno stato d’apatia, mentre tutti cercano l’illuminazione. Ma se tutti cercano l’illuminazione essendo apparentemente incoscienti in questa attività, come ero io prima di guardare a me stesso (e ritenendo di essere l’unico a farsi queste domande, o almeno l’unico nel mio mondo di processi logici personali e non condivisibili, l’unico magari non a indagare sè stesso, ma l’unico che indaga se stesso sulle “questioni delle frenesie di settembre riguardo il senso dell’estate trascorsa”, mettiamola così), allora, da unico uomo cosciente tra tutti, sono portato a ritenermi l’unico salvo tra tutti: la mia consapevolezza è la mia illuminazione. Io quindi sono già illuminato: ne voglio allora dedurre che io già possiedo la soluzione. Ma dov’è la soluzione? La mia indagine non ha dato risultati: o forse, i risultati dati non sono riuscito a decifrarli. Ecco, questa ritengo essere la soluzione. Ma perché non riesco a decifrare i risultati, quindi ad accorgermene e a discuterne?

    Su questa domanda adesso inizierò ad azzardare ragionamenti difficilmente comprensibili da altri, e assai più difficilmente condivisibili, perché tento di dare ordinatamente (dove ordine non c’è, ossia nel mondo delle dissertazioni fantastiche) figure nette di un mondo disordinato, dove l’ordine non deve esistere per necessità, che altri non è che il mondo compresso della mia mente dove conferisco significato agli oggetti della mia vita. Voglio dire quindi che questa mia illuminazione non è afferrabile né descrivibile in maniera sufficiente perché è un enorme gomitolo di fili di vari colori, natura e dimensioni fatto di materiali che oscillano tra l’onirico e il fantastico, tra l’immaginato e il tradotto. Non risulta chiaro, è ovvio.

    April 12

    STOP

    STOP

    Ok. Basta. Fermi tutti.

    Non mi va.

    Non mi va di lavorare, non mi va di non fare un cazzo, non mi va niente.

    Finisco ora di correggere una merda Mediaset che parla di donne e dei loro cazzo di problemi finti, vengo ora da discussioni con la gente che non ha le palle di parlare dei problemi veri, ma forse, e questo è peggio, non sa neanche quali sono. Neanche io lo so, ma so che ci sono e sono altri.

    Mi sono rotto i coglioni di quelli che dicono facciamo facciamo e non sanno fare, e si coprono di parole buone e di gesti inutili. Mi sono rotto i coglioni dei democristiani che mi circondano, sorrisi strette di mano e pronti a infilarti un cazzo su per il culo, a forma di croce, se necessario. Mi sono rotto i coglioni di fare le cose insieme, di condividere i progetti. A nessuno frega un cazzo di nessuno se non di sé stesso. Io non ne sono escluso. Però io lo dico e un po’ me ne dispiaccio, gli altri no.

    Mi stanno sulle palle le conventions, i comunisti e i fascisti tutti insieme. Mi stanno sulle palle quelli che dicono che hanno uno stile. Mi stanno sulle palle ancor di più quelli che dicono che non serve uno stile.

    POLITICA=MORALE=STILE.

    Non sopporto le mode, quelli che fanno una cosa perché va di moda, quelli che non hanno gusto in fatto di moda, quelli che non sono capaci di creare una moda.

    Gente che non sa farsi ascoltare e che comanda, gente che non sa ascoltare e che parla.

    Gente che pensa di sapere ed avere delle risposte…

    Maghi, amici, tifosi, calciatori, tutti quanti. Scusate, ma oggi non vi sopporto.

    Chi voleva cambiare ed ha lasciato un pantano, bisogna che tutto cambi perché tutto resti uguale, chi dice sì, avanti! ma vuole stare in coda, protetto dallo scudo di compagni sacrificabili davanti.

    Tirate fuori il cazzo e fate vedere che siete uomini, santo Dio.

    Dio risorge se ce ne accorgiamo, santo Dio, e se lo vogliamo. Malarazza. Pigghia lu bastune.

    Merda a tutti e 300, militaristi del cazzo violenti e finocchi.  Merda a chi vende le armi e le merendine insieme. Merda a chi in questo non vede niente di male.

    Lasciatemi solo, morire da solo, morire davanti alla televisione. Non vi fate sentire, che fate più bella figura. Non dico che non valete un cazzo, ma valete poco come tutti. Siamo concime, porca puttana, puzzeremo come la merda un giorno. Pulvis et umbra sumus.

    Trovatevi i vostri belli hobbies del cazzo, i vostri passatempi, voi che non volete tempo libero perché vi cacate in mano nei momenti di contatto con voi stessi. Trovatevi i vostri lavori, raccomandatevi in un ministero, così non dovrete preoccuparvi mai più di essere gli esclusi dal grande gioco dell’inerzia burocratica. Viaggiate, viaggiate, così continuate a farvi inseguire dalla noia, invece di affrontarla. Andate a fare in culo, se tanto volete farvi un giro.

    Mi state sul cazzo, se ci penso un po’, però non posso fare a meno di voi, perché sono un essere sociale. Ossia,spero sempre che cambiate, o che muoia io, è uguale.

    Basta, non sono cattivo, sono stanco. E per essere cattivi ci vuole energia da spendere. Io non ne ho più, almeno adesso.

    Vaffanculo alla lirica, a chi dice che ama la lirica ma non sa cantare, a chi si addormenta ai concerti.

    Vaffanculo al cinema d’autore, al cinema norvegese, a quella troia puttana inconsistente.

    Vaffanculo a Spike Lee e alle citazioni.

    Ma vaffanculo a me, il primo della lista.