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日志


11月19日

l'inquietudine di bernardo soares

26.1.1932

Una delle mie preoccupazioni costanti è capire com’è che esista altra gente, com’è che esistano anime che non sono la mia anima, coscienze estranee alla mia coscienza; la quale, proprio perchè è coscienza, mi sembra essere l’unica possibile. Capisco che colui che sta di fronte a me e che mi parla con parole uguali alle mie, o fa dei gesti analoghi a quelli che io faccio o potrei fare, sia in qualche modo un mio simile. Eppure mi succede la stessa cosa con le figure delle illustrazioni che sogno, con i personaggi di romanzo che leggo, con le persone da dramma che si avvicendano sul palcoscenico attraverso gli attori che le interpretano.

Credo che nessuno ammetta davvero la reale esistenza di un’altra persona. Può ammettere che tale persona sia viva, che pensi e senta come lui: eppure ci sarà sempre un ineffabile elemento di differenza, uno scarto materializzato.

Ci sono figure d’altri tempi, immagini-fantasmi di libri che sono per noi realtà maggiori di certe insignificanze incarnate che parlano con noi dal terrazzo o che ci guardano casualmente dal tram, o che ci sfiorano passando nel caso morto delle strade. Gli altri non sono per noi altro che paesaggio e, quasi sempre, il paesaggio invisibile di una strada nota.

Considero mie, con maggiore consanguineità e intimità, talune figure che sono scritte nei libri, certe immagini che ho conosciuto nelle illustrazioni, più di molte persone che sono considerate reali, che sono fatte di quell’inutilità metafisica chiamate carne e ossa. E “carne  e ossa”, infatti, è una perfetta descrizione: sembrano cosa fatte a pezzi ed esposte sul banco di marmo di una macelleria, morti che sanguinano come la vita, gambe e cotolette del Destino.

Non ho vergogna di avere tali impressioni, perché ho capito che tutti noi abbiamo impressioni simili. Il disprezzo che sembra esistere fra uomo e uomo, l’indifferenza che permette che si uccidano persone senza capire che si uccide, come fra gli assassini, o senza pensare che si sta uccidendo, come fra i soldati, sono dovuti al fatto che nessuno presta la dovuta attenzione alla circostanza, che sembra astrusa, che anche gli altri sono anime.

In certi giorni, in certe ore che mi reca chissà quale brezza, che mi apre chissà quale porta che si apre, sento all’improvviso che il droghiere dell’angolo è un ente spirituale, che il commesso che in questo momento si affaccia sulla porta sopra il sacco di patate è un’anima capace di soffrire.

Quando ieri mi hanno detto che il garzone della tabaccheria si era suicidato ho avuto l’impressione di menzogna. Poveretto, anche lui esisteva!!! Ce ne eravamo dimenticati tutti, tutti noi che lo conoscevamo allo stesso modo di coloro che non l’hanno mai conosciuto. Domani lo dimenticheremo meglio. Ma che egli avesse un’anima, questo è certo: era indispensabile per uccidersi. Passioni? Angosce? Senza dubbio…Ma per me, come per tutti gli altri, resta solo il ricordo di un sorriso stolto sopra una giacca di fustagno, sporca e con le spalle diseguali. E’ quanto resta a me di chi ha sentito così intensamente da uccidersi perché sentiva; perché, in fin dei conti, nessuno si uccide per nient’altro…Una volta, mentre mi vendeva le sigarette, ho pensato che presto sarebbe diventato calvo. Non ha avuto tempo di diventarlo. E’ uno dei ricordi che mi rimangono di lui. Quale altro ricordo mi sarebbe potuto restare visto che questo non appartiene a lui, ma a un mio pensiero?

E all’improvviso vedo il cadavere, la bara in cui è stato messo, la fossa, totalmente estranea, nella quale è stato probabilmente portato. E mi accorgo, sempre all’improvviso, che il commesso della tabaccheria era, in certo qual modo, con la sua giacca sbilenca e tutto il resto, l’intera umanità.

E’ stato solo un momento. Oggi, ora, chiaramente, come l’uomo che io sono, egli è morto. Nient’altro.

Sì, gli altri non esistono…E’ per me che questo tramonto pesantemente alto trattiene i suoi colori nebbiosi e duri. Sotto il tramonto, senza che io lo veda scorrere, il grande fiume si increspa per me. Per me è stata fatta questa piazza aperta sul fiume che si sta gonfiando per la marea. Oggi nella fossa comune è stato sepolto i garzone della tabaccheria. Non è per lui il tramonto di oggi. Ma, poiché ho pensato questo, e senza che lo voglia, neppure per me è questo tramonto.

7月30日

DANZA CON LA MORTE

 

 

 

Il mio sogno da ragazzo era di diventare biologo. O meglio, zoologo. Esperto di animali, di ecosistemi, di piccoli miracoli che avvengono nel microscopico mondo delle formiche cos’ì come dei lunghi ed immensi viaggi degli elefanti verso la morte. Era forte ,questo sogno.

Poi un giorno qualunque, credo fosse un giorno caldo, probabilmente maggio, in un atrio di passaggio riadattato a sala proiezioni, il professore di italiano ci fa vedere un film.

Iniziava con un vecchio, un ricco vecchio borghese, stimato medico svedese, pronto a ricevere un’alta onorificenza per una vita spesa al servizio del prossimo. Iniziava con questo vecchio che confidava ad una lettera i suoi sogni di vecchi,  o meglio incubi, sogni fatti di rintocchi di orologio sempre più forti e di immagini di morte solitaria e deserta. Sogni “ossessivi ed umilianti”, li definiva quel vecchio. Sogni che conducevano verso la consapevolezza del proprio tramonto.

Decisi dopo quell’ora e mezza di film di dimenticare formiche ed elefanti, e capii che se una cosa doveva essere il mio destino, allora doveva essere la pellicola. Il film. Il raccontare le storie attraverso le immagini.

Ingmar Bergman diede una sterzata decisiva al corso della mia vita. Lui, da solo, con il primo suo film che vidi. Con  Il posto delle fragole.

Ingmar Bergman è morto oggi. Era vecchio, per carità ,ma secondo a me ha vissuto troppo poco per quello che ha sempre avuto da dire. Me lo immagino, sulla sua isola, lontano dal mondo e dagli uomini – che secondo me non ha mai tropo tollerato se non per motivi di lavoro -, che decide lui, lui solo e basta, che è arrivato il momento di andarsene.

Personalmente, non credo che stavolta ha giocato una partita a scacchi con la morte: non gli avrebbe permesso di vincere, tutto qui. Ha battuto censure, tabù e prassi nel cinema, figuriamoci se bastava la morte. E’ lui che ha deciso. Punto.

Persona, Il settimo sigillo (e la relativa versione teatrale, che adoro, Pittura su legno), Scene da un matrimonio, Il posto delle fragole, Il volto. Questa la mia personale bacheca dei valori.

Mi sento leggermente sconvolto. E’ morto colui che m’ha fatto scegliere il cinema come vita. Cavolo. 

7月25日

L'ULTIMA DONNA

 

 

-         L’importante è provarci. –

La donna pronuncia le parole quasi sottovoce, tiene lo sguardo basso, massaggiandosi il collo con la mano.

-         A far cosa? –

L’uomo fissa la sua mano sul collo, e accarezza il boccale di birra con le mani.

-         A dirci la verità. Se dobbiamo mentire anche tra noi…

-         Sono sempre stato sincero con te.

-         Dire la verità non è essere sincero. Puoi essere sincero ed al contempo non dire la verità. Per dire la verità, bisogna interrompere i silenzi dell’anima.

-         Non ti ho mai nascosto nulla. Non ho potuto stare lontano da te finora perché solo con te non mi sono sentito soffocato dal silenzio.

-         Ne sei sicuro?

-         Sì, certo. Sono sempre stato nudo di fronte a te.

-         Sei sincero?

-         Sì.

-         E stai dicendo la verità?

La donna ora fissa l’uomo negli occhi. I loro sguardi entrano uno dentro l’altro. L’uomo stringe forte il boccale tra le dita, lo afferra con la destra e finisce con un unico gesto la sua birra, fissando il fondo del bicchiere. Fa rumore mentre fa cadere il bicchiere su tavolo. Torna con gli occhi allo sguardo della donna.

Sa che quella è l’ultima volta di quell’intimità.

 

7月19日

deserto

Non so che cosa scrivere…

Ma devo scrivere.

Riempire pagine.

E’ la mia vita.

I concerti che ho visto? Mah, niente grandi commenti: Nomadi: grandi; Genesis: spettacolari. Nidi d’Arac: trascinanti. Verdena: bleah…

Gli incontri? Interessanti  ma inconcludenti.

Voglia: pari a zero.

Ho detto tutto. Ho scritto, perché dovevo. Ma ho poco da dire.

7月7日

STOMACO

La maggior parte della gente pensa di vivere la prima sensazione ad un livello visivo, ossia quando vede una cosa.
Io penso che la vivi nello stomaco.
Ieri gli ingegneri artistici mi hanno detto che, per una certa teoria, l'entropia, il caos insomma, governa anche l'acquisizione di informazioni: insomma, per ricevere un'informazione, si deve considerare la differenza tra il segnale mandato, l'informazione trasmessa insomma, e la differenza tra l'informazione che il soggetto ricevente pensa di dover ricevere: tale differenza è l'informazione.
La tv trasmette l'immagine di una bottiglia, io credo di dover ricevere l'immagine di un'intera tavola, la differenza tra la mia tavola imbandita e tutto ciò che non appare (bicchieri, stoviglia, cibi) è l'informazione ottenuta, ossia la bottiglia. Più o meno è questo, detto rozzamente (non nfatemi fare lo scienziato).
Ora, questa bottiglia dove la metto? (non fate i volgari e scontati)
io dico che finchè rimane visiva non serve a niente...ma se quella bottiglia è quella di quell'appuntamento, di quella festa, di quel successo ,allora è nello stomaco che essa acquisisce il senso. Perchè è con un crampo intestino che sentiamo le cose.
E' con lo stomaco che ogni volta che la rivedo mi accorgo che porca troia non è mai passata.
E' con lo stomaco che mi accorgo che mi sto divertendo, che sono rilassato.
E' con lo stomaco che sto male da morire per questa cavolo di depressione improvvisa.
Lo stomaco è la nostra anima, l'intimus latino.
Porca puttana, ho bisogno dell'enterogermina...
 
Lascio con una mia traduzione dal testo napoletano di una canzone pop che non vale molto, nè musicalmente nè testualmente, ma a cui sono molto affezionato per via di un film. E perchè poi ogni volta che la sento, mi ricordo certe immagini e il crampo allo stomaco mi prende sempre un pò:
 

La tua luce dentro me,

I tuoi passi e non ci sei,

E’ cominciato un giorno senza te.

La tua foto sul comò

La riguardo ancora un po’

E decido un’altra volta di scordarti.

Chiudo gli occhi per non piangere

Ma questo cuore vecchio e stanco non si sa rassegnare.

 

Chissà a quest’ora dove stai tu

Che stai facendo senza me

Chissà se mi pensi

Con l’occhio stanco dentro il caffè

Ci stai mettendo come me

Una lacrima e bevi.

Vivo senza l’aria il giorno che non conoscevo

Si è asciugato il mare, e tutto il bene che ci stava.

Ma non ce la faccio proprio più

A tirare avanti senza te

E come uno scemo

Vado girando per la città

In mezzo alle strade a chiamare te

Ma tu non mi senti.

 

Sento i passi tuoi ma non ci stai dentro la cucina

Dentro la stanza da letto ci sta il solito cuscino

Non hai detto una parola

Come chi non tiene voce

Come chi  ha deciso che non si ha da fare

E sei andata via così

Come il vento se ne va

E quel povero aquilone cade giù.

L’aquilone è questo amore

Va cercando il vento

E in mezzo al vento, a te che lo fai volare.

 

Chissà a quest’ora dove stai tu

Che stai facendo senza me

Chissà se mi pensi

Con l’occhio stanco dentro il caffè

Ci stai mettendo come me

Una lacrima e bevi.

Vivo senza l’aria il giorno che non conoscevo

Si è asciugato il mare, e tutto il bene che ci stava.

Ma non ce la faccio proprio più

A tirare avanti senza te

E come uno scemo

Vado girando per la città

In mezzo alle strade a chiamare te

Ma tu non mi senti.

 

Sento i passi tuoi ma non ci stai dentro la cucina

Dentro la stanza da letto trovo il solito cuscino.

La tua voce dentro me

I tuoi passi e non ci sei

E mi addormento in braccio alla notte senza te.

7月4日

PIER VITTORIO TONDELLI

Domani ho un esame su Tondelli. Ho fatto il pessimo errore di leggermi Tondelli per quell’esame. Non ce la faccio, no.

Leggere Tondelli non è propedeutico a nessuna esibizione di arte linguistica, a nessuna discussione intellettuale sulla scrittura.

Tondelli, e  il suo libro come lui, è una battaglia senza esclusione di colpi, un qualcosa che ti stritola il cuore, ti mozza il respiro. Qualcosa di malefico, a suo modo, perché  lo fa parlando attraverso le banalità, le piccole banalità, dalle birre agli spazi, dai ragazzi anonimi alle riviste di seconda linea.

Lo sapevo che era così, e infatti avevo interrotto la lettura tempo fa, per poter respirare e tirare fuori qualcosa di cervello, e non di cuore. Ma non ho resistito. Ho fatto lo studente e ho letto.

Risultato, sto qui sul computer cercando di sgombrare la mente dall’emozione. Ma ancora la cerco nel cervello, e non nell’anima.

Quindi sono destinato a soccombere.

Sei un grande, Pier Vittorio.

5月31日

LA GIUSTIFICAZIONE

La giustificazione è l’arma che l’uomo comune utilizza più di tutte.

Giustificarsi dei propri comportamenti è indice di sfiducia nella propria individualità. E’ il non cercare di essere sé stessi, ridursi a forma placida e logica nei confronti degli altri. Ma non dobbiamo mai giustificarci di ciò che facciamo e di ciò che siamo nei confronti degli altri, poiché quello che veramente conta è rispettare sé stessi.

Se fossimo al mondo per poter dire dell’inevitabilità di alcuni gesti tramite leggi e spiegazioni lineari e documentate dal “se tu la vedi così, devi fare colà”, oppure “ciò che è stato X è figlio di Y+Z”, non sarebbe questo mondo. Perché in questo mondo siamo dotati tutti di una coscienza, che è quel giudice a cui non possiamo mentire, visto che ha già tutte le prove del caso.

Non ha significato un senso di colpa di stile cattolico, quel dolersi per cadute in comportamenti al di fuori della prassi. La moralità o l’immoralità dei nostri gesti derivano unicamente dal rispetto per l’altro, dall’essere consapevoli che la tua vita è uguale alla mia, e che laddove non potrei tollerare violazioni alla mia mi rendo conto di non poterne fare altrettante alla tua (Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Ama il prossimo tuo come te stesso. Questo è l’unico comandamento che esiste, e da cui derivano tutte le altre leggi morali).

Al di fuori di questo comandamento, è inutile battersi per creare un paracodice di condotta.

Se compi un’azione che danneggia l’altro, e ti rendi conto di questo danno perché non potresti tollerarlo rivolto a te, allora là c’è la colpa, e l’ammissione comune del dire d’aver fatto una stronzata.

Ma poter gestire tutto, solo in virtù di una giustificazione che ti consente di rendere placido uno sgarro, beh, questa è l’arma più infelice e brutta che si possa usare. Purtroppo è la più diffusa.

Allora dico: non aver paura della sfrontatezza, del fare cazzate, dello sbagliare, ma abbi paura di ogni volta che giustifichi un tuo comportamento, perché significa al contempo fuggire dalle proprie responsabilità e dalla propria consapevolezza, valutare molto poco la propria persona.

Senza consapevolezza schietta e sincera delle proprie azioni, non vale la pena vivere, perché ci si riduce ad elementi neutri di un sistema di valori e di prassi che affrontano i casi della vita con il silenzio e non permettono un progresso umano.

La nostra vita non vale nulla, se ne nascondiamo le cause e le motivazioni pulsionali che l’alimentano.

E da questo derivano la politica, l’amore, l’amicizia, la professionalità.

Tutto ciò che ci rende uomini.

5月12日

The departed/Infernal Affairs

Un infiltrato della mafia nella polizia e un infiltrato della polizia nella mafia. La versione di Scorsese è un classico, lungo, studiato e costoso. La versione di Honk Hong è più asciutta, non performante, ellittica. La differenza più grande, è che il poliziotto infiltrato in Oriente ha una ex, e forse una figlia.

La solitudine nel film orientale è enorme, molto più che non nel film americano. E la solitudine è la chiave di lettura di tutto un film. Una solitudine aumentata dall’impossibilità di essere sé stessi.

La solitudine, la solitudine.

Tutti i personaggi che invento, siano essi burattinai, vampiri o poliziotti, hanno la caratteristica di vivere e sopravvivere con la solitudine, non la provano, ma ci si identificano.

Non mi sono mai interrogato più di tanto sui personaggi che scrivo, non ne ho mai sentito il bisogno: ma se mi venisse chiesto cosa hanno in comune, nonostante la diversità dei temi e delle storie, risponderei subito: sono soli, e non possono farne a meno. Se possiedono una forza, è la forza di sopravvivere da soli, di non riuscire ad ascoltare nessuno perché la Solitudine tappa loro le orecchie, e li costringe continuamente ad estraniarsi. La vita scorre intorno, ma loro non ne fanno parte.

Tutto questo non viene da un mio ragionamento, o da un mio stile o teoria. Semplicemente, è quell’irrinunciabile biografico che non posso evitare nella mia scrittura. Scrivo perché sento queste cose, mi è inevitabile. Ma le faccio vivere a loro, i miei personaggi, perché sono un po’ vigliacco, e non riesco ad affrontarle su questo piano di realtà.

Si nasce soli e si muore soli, ma nel mezzo c’è un bel traffico.

5月7日

TANTO TEMPO FA...

Bau giocava con Mio.

Mio era affezionatissimo a Bau, lo cercava sempre, si faceva fare tutto. Lo adorava. Bau….beh, Bau voleva bene a Mio, però un po’ era preoccupato che il piccolo non frequentasse altri mici.

Bau giocava con Mao.

Mao si divertiva un mondo con Bau, era incantato dalla sua ilarità. Bau anche si divertiva con Mao, ma non aveva tempo per stare con lui.

Bau giocava con Mio e Mao. Non che tutti provassero le stesse cose, erano cane e gatti (Bau poi aveva anche altri fratelli cagnolini che giocavano con altri animali, ma questa è un’altra storia), ma si divertivano insieme.

Questo per dire che cane e gatto andavano d’accordo, fino a qualche tempo fa.

Poi Dio scaccio Adamo dal Paradiso, e l’uomo prese in mano le redini del gioco, rovinando tutto.

E’ sempre l’uomo che rovina tutto.

Almeno si poteva risparmiare l’Arca, così Bau, Mio e Mao avrebbero continuato a giocare in Paradiso.

Perché l’uomo va all’inferno, e gli animali no.

 

Di lacrime e di sangue, di polvere e di vento
di tutti i nostri sogni è la sabbia del deserto,
perchè è Lì che sono scritte le storie di noi tutti
puttane, sognatori, eroi per caso e farabutti.
... e il deserto è il cimitero della gente senza storia
di paure, gran menzogne e amori ignoti alla memoria
tra rovine di un passato di violenze e di rancori
per trovarsi, nel domani, una volta ancor più soli.
...ma non si fermerà, e, anzi, mai sarà finita...
la canzone del deserto... il deserto della vita.
[da "I canti della notte" di Wallendream x, il poeta nomade ]

4月11日

Il gioco assurdo della vita sulla bocca del poeta Baudelaire

Il giocattolo del povero: aberrazione della logica, disgusto visivo, miseria ludica trasformata in inventiva. Siamo tutti paffuti bambocci invidiosi della miseria, oltre le  colate di catrame che ci dividono gettiamo i nostri famelici occhi di invidiosi grassi agnelli, aspettando che la Pasqua della vera giustizia faccia carneficina delle nostre ingordigie. I nostri sorrisi sono uguali, il bianco, l’avorio riflette lo stesso sole, ma la vita incatenata ad una cordicella, pronta a squittire per il dolore e la pazzia della reclusione, la preziosa vita prostituita per tentare di pulire dalla vera miseria e dalla povertà senza colpa, quella è ciò che ci differenzia: vogliamo anche quella, a farsi fottere  tutti i nostri soldatini lavorati, i nostri eserciti tirati a lucido ma così immobili e falsi, noi quell’anelito di vita, quell’ultimo barlume di speranza e di vera pulsione vitale che sopravvive e batte ancora sembra solo nella cenciosa disperazione lo vogliamo, lo vogliamo strappare a quegli anonimi pezzenti che nulla hanno e nulla possono tenere, neanche la speranza, neanche l’esclusività di un lume nelle fitte tenebre che governano il mondo. Inglobiamo, inglobiamo: diamo a tutto un valore ed un plusvalore, mercifichiamo, perché vogliamo divorare scambiare assaggiare sufficientemente qua e là, e nell’affanno del perseguire il tutto di tutto ogni cosa fugge via dalle nostre mani, l’amore l’amicizia l’onestà il sentimento, tutto finisce sulla luna del nostro oblio. Il degrado, quello sì che qualcosa di autentico lo ha: è la ricerca della consolazione, tra l’alcool, l’oppio, le puttane, è la ricerca di qualcosa di veramente umano che non sia ancora calpestato e soppresso dalla macchina dell’ipocrisia borghese, è il sogno allucinato di mille colori e di mille spettri. Noi, nei nostri profumati abiti orfani ormai anch’essi di Verità, guardiamo dall’altra parte della strada, dove è il deserto che abbiamo creato, e gettiamo le nostre fauci nei resti di un pasto ormai concluso, cercando l’ultimo brandello in una carcassa ormai imputridita. La voracità, solo questo abbiamo: il degradato l’estraneo lo straniero il senza patria regala ancora sorrisi, quelli che pensavamo di avergli negato per sempre: non capiamo, noi, quel sorriso, siamo come cani che annusano escrementi disgustati dai profumi della poesia della Verità, grassi benestanti che prendono in giro asini indifferenti, ciechi a quei pochi stranieri che cercano la loro meta tra l’estraneità di infiniti popoli.