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October 26 stream of consciusnessL’importante è finire. Si comincia, si sviluppa, si finisce. Non ho mai cominciato niente, credo. Ho sviluppato sempre male le cose, in maniera insana, e a chiudere non sono capace. Non è questo ciò che voglio, ma non posso farne a meno. Che palle. Mando la musica senza vedere ciò che sta accadendo, la scena immaginata e creata. Boh! E’ stressante. Lo stress è il male del nostro tempo. Cucciola, cucciolina, i tuoi baci... Belve, tigri, piranhas, licaoni. Il licaone, strano nome. E strano animale, con le orecchie grandi. Netlog, lo spazio aperto allo sfogo immaginario della gente. E io qui, che non so che cazzo fare. Mi faccio una canna, di quello buono. Mi son rotto i coglioni. Non so che voglio. Meno male che parto. Cazzo, parto, da buon gitano parto. Ecco che cosa mi rende nervoso ed inquieto: è da troppo tempo che sto fermo. Forse non vedo l’ora di partire. Partire è per un gitano tornare ad essere sè stesso. Forse sarà questo. E se perdo il trampolino di lancio? Mi consolo sapendo che tanto potrebbero aver tolto l’acqua alla piscina. Sto male, un distillato di malore. E' fisico ai denti e allo stomaco, la mente è tutta malata. Sono un pazzo come Remo, forse. Ma lui si cura con la fica. A me che mi cura? Le nuvole, laggiù, le nuvole che corrono via. Ma neanche. E’ solo un funk romano matto in culo. Questa è roba mia, solo roba mia. Le Trois gymnopedies: mi rilassa e aumenta la mia melanconia. Mi butto dal fiume, ma si. No, troppa attesa tra il salto e l’arrivo. Fastidio, fastidio. Questa vita è un fastidio. Almeno se fossi padre…magari fossi padre…qualcuno più piccolo di me mi terrebbe per le palle, e mi farebbe sciogliere ad ogni mugolio. Ma che padre di merda sarei, se fossi padre. Sono solo un figlio, per ora. Figlio della terra, naturalmente. Nella buona e nella cattiva sorte, suo figlio. Mia madre ha cinquantanni e non li dimostra. Forse vorrei avere cinquanta anni, ma sarei corrotto. E odio la corruzione. Una merda, ma incorruttibile. E’ più giusto. Lo squalo è il mio animale preferito. Perché? Direi perché è nobile, armonico, plastico, maestoso. Silenzioso, discreto, un approfittatore delle migliori situazioni. Misurato. No, no. Mi piace lo squalo e basta. Mi piace lo squalo perché è uno squalo. Lo squalo martello non mi piace, è brutto. Son stanco, stanco sempre più stanco. Everyday, come everynight. 6 anni non basterebbero ad evidenziare i cambiamenti. Vado a prendere la canna, che mi scoppia al testa. Mi faccio schifo. Però sono sincero. October 18 SONO UN INCOMPETENTE DI POLITICA
Riepilogo: tempo fa, con la mia associazione cultuale di studenti di Roma Tre, per la maggior parte laureati in cinema ed audiovisivi, comincio ad interessarmi del caso Museo del Cinema di Roma. Struttura unica nel suo genere nel territorio romano e con sede nel fabbricato industriale dell’ex Pastificio Costa di via Portuense. Un Museo con interessanti cimeli chiuso per ordinanza giudiziaria e sottoposto a sfratto. Il domandarsi perché porta a scoprire che l’intento è quello di demolire lo stabile (proprietà storica, è il primo edificio industriale in cemento armato del territorio di Roma) per costruire un palazzo con oltre 200 appartamenti. Da bravi reporter, e soprattutto da amanti del cinema e di tutto ciò che vi ruota attorno, cerchiamo di capire il perchè: referente principale è l’avvocato Roberto Pazienza, avvocato membro dell’associazione Italia Nostra, il più informato sui fatti. La conclusione è che si sono presentati diversi vizi procedurali, da atti incerti delle giunte comunali, ad una notificazione varia e dispersiva tra i vari uffici preposti, con errori di valutazione e smarrimenti strani. La notizia ci stranisce e ci incuriosisce allo stesso tempo.
Il secondo passo che abbiamo compiuto è stato quello di informarci sull’estensione territoriale di tale situazione. Il professor Travaglini, e la sua associazione CROMA, impegnata sul territorio capitolino, gentilmente ci mostra e ci documenta l’importanza archeologica del quartiere Ostiense: primo quartiere industriale di Roma , risalente all’epoca del sindaco Lathan, necessitante ora, divenuto sede della terza università, di una delicata trattazione ed ammodernamento, in vista di una riqualificazione delle sue strutture. Tra queste, il pastificio Costa, ripeto primo edificio in cemento armato di Roma e luogo di studio degli studenti di architettura ed ingegneria.
Questa l’estrema sintesi del lavoro che portiamo avanti (filmato, documentato, vissuto).
Veniamo quindi ad oggi ed al titolo di questo mia articolo. Oggi 18 ottobre 2007 esce un articolo sul Corriere della Sera dove viene riportato l’ingresso delle indagini della Procura per far luce sui misteri del pastifico. Oggi 18 ottobre, l’avvocato Pazienza ha un appuntamento con l’assessore all’urbanistica Morassut sull’argomento (le coincidenze fortuite della vita, potremmo dire). Appuntamento alle 13.00. Alle ore 12.00, vengo gentilmente informato dall’avvocato Pazienza di questo e sono invitato a partecipare all’incontro. Sono entusiasta. Vedrò un cittadino ed una assessore a colloquio, vedrò una chiacchierata con tesi contrapposte tra professionisti, tra incaricati di fare le veci dei cittadini. Esempio di vita civile. Alle 13.30 finalmente l’assessore può riceverci. “Chi sei?”, mi domanda. “Piacere Damiano ,studente di Roma Tre”. “Ah, bene”, è la sua unica risposta, la sua unica domanda, non interagirò più con lui. Riporto ora la parte più interessante del dibattito, anche perché è stata l’unica:
Pazienza: “ Ha letto il Corriere della sera, Assessore?”
Morassut: “ Sì, certo…in particolare riguardo cosa?”
Pazienza: “Beh, ma riguardo a quello di cui dobbiamo discutere in questo incontro…”
Morassut: “Perché, di cosa dobbiamo discutere?”
Pazienza: “Ma del caso dell’ex pastificio Costa, è per questo che sono venuto”
Morassut: “Ah, non lo sapevo”.
Ora, io ho 24 anni, laureato da uno in sceneggiatura cinematografica, lavoro saltuariamente in teatro. Non sono un esperto di incontri negli uffici comunali. Ma la sola cosa che so, è che se un assessore da un appuntamento nel suo ufficio, di certo saprà l’argomento di tale incontro. Mi vedete dire:”Pronto assessore, sono Damiano, posso venire da lei oggi pomeriggio, che ne so, verso le due?” “Ah, si vieni, tanto non ho nulla da fare, chiacchieriamo un po’”. No, non funziona così.
L’assessore inizia stupendomi, ma non in senso positivo purtroppo.
Dura poco, purtroppo, il resto. L’assessore, fatta luce sull’argomento oscuro, dichiara di esserne molto informato, certamente. Ma sull’argomento non vuole parlarne con Pazienza. Dopotutto, ormai c’è la Procura che indaga, e quindi sono affari suoi, se fanno luce su qualche intoppo si verrà a sapere. Si, ma l’avvocato chiede ora son qui, per discutere di questo, lei dovrà darmi delle risposte. No, dice l’assessore, io non sapevo che lei veniva qui per questo, si accomodi fuori. Mi caccia? replica l’avvocato. No, non la sto cacciando, la sto invitando a andarsene (il dono di un politico è la retorica).
I due sono in piedi, i nasi si sfiorano di due centimetri, dita tese all’indirizzo dell’altro. Via via, andiamocene.
Fine dell’incontro con l’assessore. Ora, io so che un tempo c’era chi auspicava i filosofi alla guida politica della città. Non sono così esigente. Ma mi aspetto come delegato della comunità di cui faccio parte una persona che pago per il dono della dialettica, per la capacità di ascolto, per la chiarezza degli intenti, per la compostezza e l’autorità. Oggi ho visto parlare (io non ho fiatato, ripeto) un ragazzino che è stato colto impreparato all’interrogazione. Impacciato, poco eloquente, aggressivo, giustificatorio.
“Allora comunicherò alla giornalista che sapeva di questo nostro incontro che lei mi ha mandato via perché non vuole parlarmi”, saluta l’avvocato. “E’ molto scorretto che lei abbia avvertito una giornalista di questo incontro. Molto scorretto” si infuria l’assessore.
Effettivamente, l’avvocato doveva avvertire non so, i vigili urbani, i pompieri, il papa, non certo l’opinione, l’informazione pubblica.
Ma io sono un incompetente di politica, questo l’ho visto oggi, mica funzionano così le cose.
A 24 anni ho assistito ad uno spettacolo disgustoso. Senza argomento, solamente nervosismo ed incapacità di “politicare”. Grazie funzionari pubblici. Grazie Morassut.
October 13 PIANTARE LE TENDEEccomi qua…al suono della musica elettronica e mentre costruisco una tendina…torna il gitano factotum a parlare… Che dire? Dico che chi è senza radici come me, una trottola, certe cose forse le può raccontare con più chiarezza, perché si lascia trasportare meno dal luogo, dai ricordi e dalle realtà passate. Io vivo l’ora, quando e il perchè è di adesso.. E se guardo l’ora, l’adesso, dico che se rinneghi un ideale, un progetto, una di quelle cose che tu finché non vedi realizzate aborri l’idea di fare le valigie ed andartene, beh, se sei capace di fare questo quando ancora puzzi di latte e l’unica cosa che hai è il tuo spirito (spirto guerrier ch’entro ti rugge), allora stai sbagliando. I gitani non giudicano mai, l’ho detto, ma sanno qualche cosa: e sanno che la parola, la promessa, è l’unica cosa che hai. Sanno i gitani che se vendi l’anima hai venduto l’unica proprietà che hai, e poco importa se nel passato hai dimostrato di averla. La tua anima serve ora e qui, in questo momento, serve a dare forza a chi un anima ancora non ce l’ha e a difendere i fratelli da chi quell’anima vuole portagliela via. Serve a farti sentire vivo, a farci sentire vivi, a fare di noi un corpo unico. Hai buttato via l’anima perché sei esausto (devi allenarti alla fatica, fratello, la mentalità gitana ti porta in giro per il mondo, ti fa mangiare la strada come se fosse di frutta), hai detto di non avere l’anima perché il passato ti ha stancato. Ma il passato non serve fratello, se non per costruire il tuo futuro, agendo sul presente. Ho diritto a dirti questo, fratello, come devo dirti che stai facendo una cazzata, come dicendoti che sei una testa di cazzo. Perché se abbandoni la via della conoscenza, ti tocca trasformare la tua tenda in un muro. E i muri non camminano. Si crepano col tempo e con la stanchezza, che invece di andare via mangia tutto.Amen fratello, amen amico, amen gran testa di cazzo September 28 E' TEMPO DI...E’ tempo di svegliarsi, fratelli. E’ tempo di farsi rodere, di non accettare. Non è solo tempo di vaffa, è tempo di voglio e arivaffa. E’ tempo del giusto, di non inseguire più il successo ma la giustizia, è tempo di ottenere ciò per cui si fatica e si suda. Niente più accontentarsi, niente più pretendere, ma ottenere. Ottenere, ottone, lega, metallo, forza. Le nostre vite sono tutte originali, ognuno di noi è così speciale che solo lui può essere lì in quel momento: ottenere di avere quel momento è sacrosanto. Non discorsi di preparazione, di capacità o di stima altrui. Semplicemente, la naturalità di essere l’unico a poter fare questo o quello. E’ così che deve essere, non altrimenti. I gitani direbbero: è come spostarsi con i propri carri, la propria casa, lungo ed intorno al mondo: perché? Perchè è quello il nostro posto. Indipendentemente dagli altri e dai sistemi. I gitani si spostano. Gli uomini, noi…noi viviamo. September 04 IL PENSIERO DI UN ATTIMOQuando il pensiero della morte ti sfiora per un attimo. Non so, a dispetto dell’età giovane, penso sia comune. La facilità della morte, per esempio. La Morte, maiuscola. L’unica entità astratta divina veramente giusta, che se ne frega di soldi potere e simpatia. Milioni di morti corrono nella mente: la macchina che non controlli da troppo tempo, un viaggio in zona di guerra, non guardi il semaforo, non metti il preservativo – peggio ancora, è rotto -, bevi troppo, mangi funghi raccolti da solo, inciampi, sei al posto sbagliato al momento sbagliato, non dai retta ai tuoi genitori, dai retta ai tuoi genitori, ti dimentichi di spegnere il gas, sbagli boccetta a cui attaccarti quando hai sete, violi le condizioni di sicurezza, non sai cos’è la sicurezza, hai una maledetta sfiga del cazzo, te le vai proprio a cercare, vuoi emulare il tuo idolo ribelle, non hai nessun idolo da emulare, vuoi essere un idolo, tutti si chiedono troppo da te, non ti ami, non chiedi niente a te stesso, batti la testa, una lametta a facile portata di mano, sei circondato da pazzi malati dissociati omicidi, Dio ti punisce, il partito non ti assiste, non mangi, non bevi, non hai le medicine, sei cagionevole, corri troppo, scarsa attività fisica, ti tagli, ti sbucci, sangue vomito vertigine freddo. E’ normale, pensare a questo. Ci penso, non spesso ma con una certa frequenza. Balenio di immagini improvvise. Non ho paura, né terrore, la morte la vita la differenza tra essere vivo e non esserlo. L’unica preoccupazione è quella di far sì che i due stati della materia siano distinguibili. Essere morto sia non essere vivo. Senza pensare di perdere nulla, senza sperare di ottenere qualcosa. Semplicemente, dare alle due cose una precisa identità. Siamo ombra e polvere. August 28 Los gitanosI gitani sono nomadi. I gitani nel corso del tempo hanno percorso chilometri, dall’Asia all’Europa, forse si sono fermati, forse tra un po’ partono. I gitani sono una grande famiglia, i gitani hanno lo stesso sangue, i gitani si tatuano le tartarughe, i gitani si coprono le spalle, si riprendono, si rimproverano. I gitani amano alla follia, solo per un attimo, sono innamorati dei momenti. I gitani vivono i momenti e moltiplicano i momenti a loro disposizione. I gitani non sanno stare fermi. I gitani si lavano quando possono quando devono, devono quando possono. I gitani sono amici di tutti, i gitani sono diversi da tutti. I gitani sono spiriti liberi, vanno a cavallo. I gitani odorano di vita. I gitani non sanno stare fermi. I gitani suonano, cantano e ballano. I gitani sono curiosi. I gitani sono un clan, amano la notte, sono figli della luna e delle stelle, si coprono con il cielo nelle notti fredde. Amano stare al sole, raccogliere i frutti, fare festa. Le feste dei gitani sono riti, corpi che si mischiano e si conoscono, vero incontro di anime. I gitani hanno fame di vita, non si legano alle cose. I gitani sono cinici, istintivi e passionali. Mangiano i chilometri, la strada e tutto quello che offre ai loro occhi. I gitani siamo noi. Abitanti dell’anima.
August 01 ...viaggio...Domani parto. L’importanza di un viaggio si capisce da due cose: da quello a cui va incontro, e da quello che lasci dietro. La mia meta è bianca, nel senso non so quello che troverò: so che starò insieme a persone di cui mi fido più di me stesso, e le quali riescono tranquillamente a farmi rimanere solo con me stesso, in certi momenti. Questo è quello più importante. I luoghi, le azioni, saranno relative. Quello che lascio, è un altro paio di maniche: lascio i soliti luoghi che mi hanno e mi abituano, lascio qualche amico – qualcuno deluso, qualcun altro no - , lascio la mente passiva, lascio più di un battito di cuore. Questo mi pesa, e forse quel battito di cuore non è altro proprio perché so che devo pagare il dazio adesso per il viaggio. Forse al ritorno…ma certe occasioni non ritornano come i turisti tornano a casa…però speriamo facciano eccezione. Buon viaggio a tutti. Viaggio, viaggio…bum bum… July 30 DANZA CON LA MORTE
Il mio sogno da ragazzo era di diventare biologo. O meglio, zoologo. Esperto di animali, di ecosistemi, di piccoli miracoli che avvengono nel microscopico mondo delle formiche cos’ì come dei lunghi ed immensi viaggi degli elefanti verso la morte. Era forte ,questo sogno. Poi un giorno qualunque, credo fosse un giorno caldo, probabilmente maggio, in un atrio di passaggio riadattato a sala proiezioni, il professore di italiano ci fa vedere un film. Iniziava con un vecchio, un ricco vecchio borghese, stimato medico svedese, pronto a ricevere un’alta onorificenza per una vita spesa al servizio del prossimo. Iniziava con questo vecchio che confidava ad una lettera i suoi sogni di vecchi, o meglio incubi, sogni fatti di rintocchi di orologio sempre più forti e di immagini di morte solitaria e deserta. Sogni “ossessivi ed umilianti”, li definiva quel vecchio. Sogni che conducevano verso la consapevolezza del proprio tramonto. Decisi dopo quell’ora e mezza di film di dimenticare formiche ed elefanti, e capii che se una cosa doveva essere il mio destino, allora doveva essere la pellicola. Il film. Il raccontare le storie attraverso le immagini. Ingmar Bergman diede una sterzata decisiva al corso della mia vita. Lui, da solo, con il primo suo film che vidi. Con Il posto delle fragole. Ingmar Bergman è morto oggi. Era vecchio, per carità ,ma secondo a me ha vissuto troppo poco per quello che ha sempre avuto da dire. Me lo immagino, sulla sua isola, lontano dal mondo e dagli uomini – che secondo me non ha mai tropo tollerato se non per motivi di lavoro -, che decide lui, lui solo e basta, che è arrivato il momento di andarsene. Personalmente, non credo che stavolta ha giocato una partita a scacchi con la morte: non gli avrebbe permesso di vincere, tutto qui. Ha battuto censure, tabù e prassi nel cinema, figuriamoci se bastava la morte. E’ lui che ha deciso. Punto. Persona, Il settimo sigillo (e la relativa versione teatrale, che adoro, Pittura su legno), Scene da un matrimonio, Il posto delle fragole, Il volto. Questa la mia personale bacheca dei valori. Mi sento leggermente sconvolto. E’ morto colui che m’ha fatto scegliere il cinema come vita. Cavolo. July 25 L'ULTIMA DONNA
- L’importante è provarci. – La donna pronuncia le parole quasi sottovoce, tiene lo sguardo basso, massaggiandosi il collo con la mano. - A far cosa? – L’uomo fissa la sua mano sul collo, e accarezza il boccale di birra con le mani. - A dirci la verità. Se dobbiamo mentire anche tra noi… - Sono sempre stato sincero con te. - Dire la verità non è essere sincero. Puoi essere sincero ed al contempo non dire la verità. Per dire la verità, bisogna interrompere i silenzi dell’anima. - Non ti ho mai nascosto nulla. Non ho potuto stare lontano da te finora perché solo con te non mi sono sentito soffocato dal silenzio. - Ne sei sicuro? - Sì, certo. Sono sempre stato nudo di fronte a te. - Sei sincero? - Sì. - E stai dicendo la verità? La donna ora fissa l’uomo negli occhi. I loro sguardi entrano uno dentro l’altro. L’uomo stringe forte il boccale tra le dita, lo afferra con la destra e finisce con un unico gesto la sua birra, fissando il fondo del bicchiere. Fa rumore mentre fa cadere il bicchiere su tavolo. Torna con gli occhi allo sguardo della donna. Sa che quella è l’ultima volta di quell’intimità.
July 19 desertoNon so che cosa scrivere… Ma devo scrivere. Riempire pagine. E’ la mia vita. I concerti che ho visto? Mah, niente grandi commenti: Nomadi: grandi; Genesis: spettacolari. Nidi d’Arac: trascinanti. Verdena: bleah… Gli incontri? Interessanti ma inconcludenti. Voglia: pari a zero. Ho detto tutto. Ho scritto, perché dovevo. Ma ho poco da dire. July 16 VIUUUULEEEENZAAAAAAAAAAAAA!!!!!!Dall’ultima volta che ho scritto:
Tante cose, ma sono sempre in fibrillazione e non sto mai tranquillo, come se fossi scontento…manca qualcosa…che sarà? July 07 STOMACOLa maggior parte della gente pensa di vivere la prima sensazione ad un livello visivo, ossia quando vede una cosa.
Io penso che la vivi nello stomaco.
Ieri gli ingegneri artistici mi hanno detto che, per una certa teoria, l'entropia, il caos insomma, governa anche l'acquisizione di informazioni: insomma, per ricevere un'informazione, si deve considerare la differenza tra il segnale mandato, l'informazione trasmessa insomma, e la differenza tra l'informazione che il soggetto ricevente pensa di dover ricevere: tale differenza è l'informazione.
La tv trasmette l'immagine di una bottiglia, io credo di dover ricevere l'immagine di un'intera tavola, la differenza tra la mia tavola imbandita e tutto ciò che non appare (bicchieri, stoviglia, cibi) è l'informazione ottenuta, ossia la bottiglia. Più o meno è questo, detto rozzamente (non nfatemi fare lo scienziato).
Ora, questa bottiglia dove la metto? (non fate i volgari e scontati)
io dico che finchè rimane visiva non serve a niente...ma se quella bottiglia è quella di quell'appuntamento, di quella festa, di quel successo ,allora è nello stomaco che essa acquisisce il senso. Perchè è con un crampo intestino che sentiamo le cose.
E' con lo stomaco che ogni volta che la rivedo mi accorgo che porca troia non è mai passata.
E' con lo stomaco che mi accorgo che mi sto divertendo, che sono rilassato.
E' con lo stomaco che sto male da morire per questa cavolo di depressione improvvisa.
Lo stomaco è la nostra anima, l'intimus latino.
Porca puttana, ho bisogno dell'enterogermina...
Lascio con una mia traduzione dal testo napoletano di una canzone pop che non vale molto, nè musicalmente nè testualmente, ma a cui sono molto affezionato per via di un film. E perchè poi ogni volta che la sento, mi ricordo certe immagini e il crampo allo stomaco mi prende sempre un pò:
La tua luce dentro me, I tuoi passi e non ci sei, E’ cominciato un giorno senza te. La tua foto sul comò La riguardo ancora un po’ E decido un’altra volta di scordarti. Chiudo gli occhi per non piangere Ma questo cuore vecchio e stanco non si sa rassegnare.
Chissà a quest’ora dove stai tu Che stai facendo senza me Chissà se mi pensi Con l’occhio stanco dentro il caffè Ci stai mettendo come me Una lacrima e bevi. Vivo senza l’aria il giorno che non conoscevo Si è asciugato il mare, e tutto il bene che ci stava. Ma non ce la faccio proprio più A tirare avanti senza te E come uno scemo Vado girando per la città In mezzo alle strade a chiamare te Ma tu non mi senti.
Sento i passi tuoi ma non ci stai dentro la cucina Dentro la stanza da letto ci sta il solito cuscino Non hai detto una parola Come chi non tiene voce Come chi ha deciso che non si ha da fare E sei andata via così Come il vento se ne va E quel povero aquilone cade giù. L’aquilone è questo amore Va cercando il vento E in mezzo al vento, a te che lo fai volare.
Chissà a quest’ora dove stai tu Che stai facendo senza me Chissà se mi pensi Con l’occhio stanco dentro il caffè Ci stai mettendo come me Una lacrima e bevi. Vivo senza l’aria il giorno che non conoscevo Si è asciugato il mare, e tutto il bene che ci stava. Ma non ce la faccio proprio più A tirare avanti senza te E come uno scemo Vado girando per la città In mezzo alle strade a chiamare te Ma tu non mi senti.
Sento i passi tuoi ma non ci stai dentro la cucina Dentro la stanza da letto trovo il solito cuscino. La tua voce dentro me I tuoi passi e non ci sei E mi addormento in braccio alla notte senza te. July 04 PIER VITTORIO TONDELLIDomani ho un esame su Tondelli. Ho fatto il pessimo errore di leggermi Tondelli per quell’esame. Non ce la faccio, no. Leggere Tondelli non è propedeutico a nessuna esibizione di arte linguistica, a nessuna discussione intellettuale sulla scrittura. Tondelli, e il suo libro come lui, è una battaglia senza esclusione di colpi, un qualcosa che ti stritola il cuore, ti mozza il respiro. Qualcosa di malefico, a suo modo, perché lo fa parlando attraverso le banalità, le piccole banalità, dalle birre agli spazi, dai ragazzi anonimi alle riviste di seconda linea. Lo sapevo che era così, e infatti avevo interrotto la lettura tempo fa, per poter respirare e tirare fuori qualcosa di cervello, e non di cuore. Ma non ho resistito. Ho fatto lo studente e ho letto. Risultato, sto qui sul computer cercando di sgombrare la mente dall’emozione. Ma ancora la cerco nel cervello, e non nell’anima. Quindi sono destinato a soccombere. Sei un grande, Pier Vittorio. July 03 MENTA FREDDA, NON MENTE...DICE VERITA', E ANNUISCO COL MENTOOK. Ora che sto a mente fredda posso concludere qualcosa. Due bore, una molto bella mora, l’altra no, però prorompente e porcona, bionda. Si mettono a ballare davanti a noi, si accarezzano, si baciano. Si baciano, sensuali, sapendo di farlo solo perché noi folla di uomini glielo abbiamo chiesto. Non ci vedo più. Metto la mia testa tra la loro, sento l’odore dei loro profumi e delle loro pelli, le mie labbra, che puzzano d’alcool, si avvicinano. “No, abbasta così”, dicono, e se ne vanno. Dio, sono eccitato come un koala unico sopravvissuto della specie. E loro se ne vanno. Finisce che pomicio con una spagnola che aveva solo gli occhi carini, il resto non lo ricordo perché era ininfluente. Smacco dello smacco, se ne va mano nella mano con un altro. Fortuna che neanche il nome ci siamo detti. E aveva le dita piccole: bleah!!! Come è ingiusta la vita, che mostra e non offre. Però che seratona che ho passato, con i grandi. Che bella la vita. Ormai bevo solo cocktail a base di mentE fredda. Magari un mojito June 29 A MENTE FREDDANiente Marja, ieri sera. Niente donne, ieri sera. Però è una gran sera. La luna enorme, un leggero vento che trasporta corpo ed anima e lo fa faticare di meno. 100 metri per tornare a casa, ed ecco lo scenario più bello della serata: il cadavere della notte estiva. Sono le 3.30, e l’estate ha il potere di regalare, alla fine delle sue giornate, le tracce più evidenti della vita che si è spenta solo per poche ore, tracce sparse ovunque intorno. Fumando l’ultima sigaretta faccio il giro più lungo, e compongo il mosaico di brandelli che mi circondano. Per la maggior parte si tratta di bottiglie, di ogni colore e con ogni etichetta possibile, dal verde appare il blu, strisce gialle nere bianche, bicchieri ogni tanto, tappi ovunque. Mini-bottiglie, fiaschi e lattine. L’estate asciuga la gola, ma soprattutto fa venir voglia di bagnarla. Le trovo ovunque: sulle panchine – vedo la coppietta ai primi approcci che se l’è scolata -, sui muretti, disintegrate tutt’intorno, sui cofani delle macchine – cavolo, erano due ore che andava in giro con in mano questo resto, da qualche parte doveva posarlo –, che strabordano tipo schiuma dai cassonetti ormai pieni. Vedo cicche di sigarette ovunque, là in terra, e vedo fogli e foglietti di vario tipo: conti di ristoranti troppo eccessivi- meglio buttarli e dimenticarli- , pubblicità di ogni locale che nasce e muore in un giro di Sol, pezzi di biglietti d’autobus diventati nella migliore delle ipotesi filtri per le sigarette o quant’altro. E vedo fototessere, finite a terra chissà come, resti di cibarie sbranate in un attimo – fame tossica di vagabondaggio estremo -, un mazzo di chiavi – qualcuno vagherà più di me, stasera -, un braccialetto di quelli comprati dal senegalese che saluta all’americana. E vedo, là in terra, un senzatetto che dorme all’aria, circondato di cartoni di vino. E’ un resto anche lui. Accanto a lui, un altro collega di sventura che si masturba nella notte – come ci riesce, non lo so, ma buon per lui -. Metto quest’immagine con le bottiglie, i foglietti, le chiavi, e mi sto convincendo che siano resti inorganici anch’essi. Finchè non passa un’ultima banda di vagabondi come me che canta canzoni a squarciagola, stonate dall’alcool, mi desto dal torpore immaginativo, e ricomincio a sentire che respiro, aggiungo la mia cicca al cadavere della giornata, e ritorno a casa. June 28 STO PER USCIRETra un po’ Ostia… l’escursione spagnola in anticipo…whisky…sabbia…si spera donne…goliardia, insomma.. Mentre quello dietro...suonava…mentre il vigile...fischiava...io mi rollo un po’…di marijuana OLE’… (c’è pure Marja, stasera) Arrivo a lavoro...ma sento che avanza…molto lentamente la mia fattanza…
Il limoncello già l’ho bevuto...il vino pure..olè!!!! Tondelli ,ti studio domani…nel frattempo passo la serata come altri libertini…te la dedico, mitico…!!!!!!! June 19 PAROLEPAROLEPAROLEPAROLEPAROLEParole. ParoleScrivo bene, ci posso stare. Ma essere ciò che scrivo, no. Scrivere è ridurre l’enormità dei significati che ci circondano in pochi significanti. Che bella frase! Ma che belle parole! E tutto il resto? Si, se voglio posso essere chiaro ed esauriente. Ma che soddisfazione quando qualcuno legge tra le righe, riesce a vedere il respiro che ci metto tra un soggetto ed un verbo, tra un infinito e una proposizione. Scrivo per passione, per necessità, per gioco. Scrivo perchè mi obbligano, scrivo. Scrivo per immagini, scrivo per metafore. Scrivo, scrivo, scrivo. Ma la mia mente, la mia anima, sono solo una pagina bianca: bianco è il colore che racchiude tutti i colori. La mia anima racchiude tutte le parole, anche quelle che ancora non sono state inventate. Leggete la mia anima, vi prego. June 07 LA BIONDA DELLA MIA VITAFumo fino a star male. E’ un verso di Sarah Kane, la grande poetessa moderna, una persona veramente libera. Secondo me le dava fastidio anche respirare, ma è una delle poche tra noi che ha sentito l’odore della libertà, ha goduto di rari momenti in cui ci si riesce a scorgere e ad intravedere il panorama del giusto. Sarah Kane è morta suicida a 27 anni. Dalle foto che ho visto, era bellissima. Non è vero che i suicidi hanno nel fondo dei loro occhi l’immagine dell’angoscia: lei aveva due occhi bellissimi, rassicuranti. Fumo fino a star male perché tanto già mi sento male, e non sono le sigarette. Tipo nausea, torpore più che stanchezza. Non è il poco sonno, non è quello. Forse è che non ho più forze, non ho la forza di cercare di farmi capire ancora, di capire ancora, di parlare per arrivare ad una conclusione. Non è neanche tanto perché ormai si è capito che ottenere sacrificio è troppo difficile da raggiungere, e non perché penso di impegnarmi di più, ma perché io ci credo di più, ne faccio più una questione di vita sulle stronzate. Fumo perché mi piace, cazzo, mi piace tanto. Mi piace anche il raschiamento della gola, vaffanculo. Fumo perché non mi va di studiare, non mi piace più studiare, o studio altro. Non mi va di studiare perché finisco dentro l’ingranaggio della mediocrità, e perdo di vista quello che non so e mi è necessario. Non mi va neanche più di scrivere, e sì che ne ho di immagini nella testa, ma proprio l’atto mi nausea. Non mi va più di tollerare, di ascoltare, di comprendere, anche se non ci riesco a non calarmi nell’altro. Fumo perchè ho caldo. Non è che le donne non le capisco, ma non le capisco più, io dico che non le ho mai capite. Non mi hanno deluso, mi stanno annoiando perché parlo a me stesso, se parlo. Sto zitto con me stesso, e lascio scivolare parole, giustificazioni e dichiarazioni da un orecchio all’altro. Non credo sia colpa loro, e non è colpa mia. Colpa dell’uccello che ogni tanto prende il sopravvento sulla mia mente, ed è colpa della mia mente che ogni tanto mette in gabbia l’uccello. E allora me ne accendo un’altra, ci penso uguale, ma il sapore è buono. Non ho nulla da rimproverare a nessuno e non riesco a rimproverarmi. Agisco senza aspettare l’effetto perché dell’effetto me ne frego. Agisco per agire, senza criterio né soddisfazione. Altra boccata. Se scopo, mi annoio. Se non scopo, mi annoio lo stesso. Mi annoio sempre. Ma non è solo questo: ci fumo sempre sopra e dico che mi annoio e mi abbatto. Sarà pure questo caldo. A me piace pensare che sia il caldo. Fumo fino a star male.
May 31 LA GIUSTIFICAZIONELa giustificazione è l’arma che l’uomo comune utilizza più di tutte. Giustificarsi dei propri comportamenti è indice di sfiducia nella propria individualità. E’ il non cercare di essere sé stessi, ridursi a forma placida e logica nei confronti degli altri. Ma non dobbiamo mai giustificarci di ciò che facciamo e di ciò che siamo nei confronti degli altri, poiché quello che veramente conta è rispettare sé stessi. Se fossimo al mondo per poter dire dell’inevitabilità di alcuni gesti tramite leggi e spiegazioni lineari e documentate dal “se tu la vedi così, devi fare colà”, oppure “ciò che è stato X è figlio di Y+Z”, non sarebbe questo mondo. Perché in questo mondo siamo dotati tutti di una coscienza, che è quel giudice a cui non possiamo mentire, visto che ha già tutte le prove del caso. Non ha significato un senso di colpa di stile cattolico, quel dolersi per cadute in comportamenti al di fuori della prassi. La moralità o l’immoralità dei nostri gesti derivano unicamente dal rispetto per l’altro, dall’essere consapevoli che la tua vita è uguale alla mia, e che laddove non potrei tollerare violazioni alla mia mi rendo conto di non poterne fare altrettante alla tua (Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Ama il prossimo tuo come te stesso. Questo è l’unico comandamento che esiste, e da cui derivano tutte le altre leggi morali). Al di fuori di questo comandamento, è inutile battersi per creare un paracodice di condotta. Se compi un’azione che danneggia l’altro, e ti rendi conto di questo danno perché non potresti tollerarlo rivolto a te, allora là c’è la colpa, e l’ammissione comune del dire d’aver fatto una stronzata. Ma poter gestire tutto, solo in virtù di una giustificazione che ti consente di rendere placido uno sgarro, beh, questa è l’arma più infelice e brutta che si possa usare. Purtroppo è la più diffusa. Allora dico: non aver paura della sfrontatezza, del fare cazzate, dello sbagliare, ma abbi paura di ogni volta che giustifichi un tuo comportamento, perché significa al contempo fuggire dalle proprie responsabilità e dalla propria consapevolezza, valutare molto poco la propria persona. Senza consapevolezza schietta e sincera delle proprie azioni, non vale la pena vivere, perché ci si riduce ad elementi neutri di un sistema di valori e di prassi che affrontano i casi della vita con il silenzio e non permettono un progresso umano. La nostra vita non vale nulla, se ne nascondiamo le cause e le motivazioni pulsionali che l’alimentano. E da questo derivano la politica, l’amore, l’amicizia, la professionalità. Tutto ciò che ci rende uomini. May 24 L'amore è una cosa tra due
Una panchina in un parco. E’ sera. Un lampione accanto alla panchina, acceso. Due amici in piedi davanti alla panchina, poco più di vent’anni, che parlano tra di loro.
PING: E che ti devo dire, Pong, è bello. Mi piace. (sognante) Diciamo che mi rende orgoglioso. PONG: (con sufficienza) Beh, Ping, voglio pure vedere.(Ping gli getta un’occhiataccia, Riprende con tono da giustificazione) Voglio dire, è da poco che è iniziata, e tutto va bene, tutto è bello. PING: (guardando in cielo) Si, ma non è solo per questo. PONG: Ah, no? PING: No, certo che no. Voglio dire: è l’ex di uno dei migliori amici, e se non fossi sicuro che ci sia qualcosa di più di un…(sorriso malizioso) diciamo, rapporto dettato dalla lussuria…mi capisci,no? PONG: E certo, come no, mica sono scemo… PING: Vabbè, non diamo per scontato nulla. Comunque, se non fossi sicuro che questa nostra unione non potrebbe essere altrimenti non rischierei. (guardando Pong) No? (non risponde) Oh, dico…no? PONG: (distratto) Eh? Ah, sì, sì…certo, certo, come no… PING: E poi diciamolo, dai. Tu ne sei stato innamorato,(Pong lo fissa) e lei niente, ti ha respinto…(fissandolo e marcando al parola) sempre…ed io? (di nuovo verso il cielo) Il mio migliore amico…ma dai, non avrei mai messo a rischio una vita di amicizia per uno screzio…(guardandolo di nuovo) no? PONG: (ironico) Beh, voglio vedere… PING: (dubbioso) In che senso, oh? PONG: No, dico…beh, piacere non m’ha fatto…però se è amore, allora… PING: (quasi urlando in estasi) Ma sì che è amore! PONG: (sommessamente) Ma che ti strilli… PING: (afferrando per le braccia l’amico) La adoro, Pong. La adoro perché mi adora. PONG: Ti odora? PING: (urtato) No, mi adora. Ne sono sicuro. (lascia le braccia dell’amico e torna a fissare il cielo. Pong sbuffa). Eccola infatti che ora arriva e chissà che mi deve dire. Per me dice che aveva assolutamente bisogno di vedermi. O cose da sogno del genere. No? PONG: (distratto) Eh? PING: (scocciato) Ahhh…ogni cosa tocca dirtela minimo tre volte! Dico, avrà una voglia smisurata di vedermi, no? PONG: Sì, sì, se lo dici te… PING: (stizzito) E certo che lo dico io…(guardando verso destra) Ah, ma eccola! Ohi, non ti far vedere…mettiti là dietro…se ti va senti, così te ne rendi conto. Non fare rumore, però,eh! PONG: (con sopportazione) Sì, sì…me ne sto buono, tranquillo…però sbrigati, che ho fame ed è pure ora di cena…Te ti sazi con l’amore, ma a me lascia appetito…
Pong esce a sinistra. Ping si siede sulla panchina, braccia larghe lungo tutto lo schienale, sorriso beato e sguardo sognatore al cielo. Da destra arriva Racchetta, la ragazza. E’ al telefono. Si ferma un pò distante, per finire la telefonata.
RACCHETTA: Ma no, non posso venire…eh, sto con…(cercando la parola) un vecchio zio…eh, brava, il paralitico, sì… semmai vengo più tardi, dai…(piccola pausa. sorride contenta) ma chi, il figone? C’è lui? No,no, quello abbiamo detto che è mio…ah, stupidona… sciacquetta stupidona! Vabbè, dai, vedo se riesco a liberarmi alla svelta… sì, sì, un paio di carezze e me lo tolgo di torno…come chi? Mio zio no? Senti, adesso ti lascio...dai, ti richiamo il prima possibile…e non toccare le mie cose, stupidona…Ciao, ciao…
Attacca e rimette il telefono nella borsetta. Si siede accanto a Ping, che nel frattempo si è rizzato sulla schiena ed esibisce un sorriso estasiato.
PING: (infantile) Tesoro… RACCHETTA: (ancora più infantile)Amore…
Bacio sulle labbra tra i due.
PING: (con tono sempre infantile) Allora, cucciola…mi hai fatto venire qui di corsa…lo sai che ho molte cose da fare…però per il mio pulcino questo e altro…allora, che mi deve dire il mio passerotto? RACCHETTA: (accarezzando il suo cappotto) Amore…ti sei messo il mio cappotto preferito… come sei carino…(imbarazzata) che ti devo dire…niente…nulla di che… PING. Dai, conosco il mio tesoro… (quasi a cantilena) c’è qualcosa che mi devi dire…dai, sai che adoro le tue parole…il suono delle tue parole dolci come il miele (che addolcisce)… RACCHETTA: (secca) Ti mollo. PING : (all’inizio sembra non sentire, e fissa avanti) Amore, che dolce che s(ei)…(voltandosi a guardarla)EH? RACCHETTA: (si gira verso l’altra parte) Ecco, lo sapevo, non capisci! PING: (confuso) No, veramente…voglio dire…EH? RACCHETTA: (guardandolo con comprensione) Niente, ti mollo…dai, non renderla difficile! PING: (attonito, sta per qualche istante in silenzio) No, è che…(si mette una mano in bocca) scusa… RACCHETTA: (poggiandogli una mano sulla spalla) Che c’è? PING: Niente.(sospira, e difficilmente riesce a parlare) Un leggero attacco di voglia di vomitare. Comunque…che vuoi dire? RACCHETTA: E’ che…oh, capiscimi bene: niente, tu mi ami, lo vedo, lo so. (sorridendo e fissandolo) Il bello è che…è che anch’io ti voglio bene, mi piace essere abbracciata da te… PING: (confuso) E… quindi? RACCHETTA: Quindi…niente.(guardandolo. perentoria) La coincidenza astrale. PING: (nel pallone) Eh? RACCHETTA: Dai, hai capito bene. La coincidenza astrale. Te ne avevo già parlato tempo fa. Pensavo di riuscirla a sopportare, però…non ce la faccio. Mi dispiace. PING: Beh, forse…possiamo parlarne… RACCHETTA: (secca e decisa) No. Non capiresti. Non puoi capire. PING: Beh, forse.. RACCHETTA: No, non capisci… PING: (scocciato) Vabbè, ma io insomma non capisco niente? RACCHETTA: No, non puoi capire: questa coincidenza…e poi,poi…ti ricordi quella volta che ti ho chiesto che vestito mettere e tu…ti ricordi che hai detto? PING: (sconcertato, però prova a rispondere) Boh…quello che si abbinava bene con le scarpe a punta...no? RACCHETTA: Ecco, bravo, questo…e altro…oh, insomma,non può continuare… e poi…(si blocca) scusa, mi vibra il telefono (lo estrae dalla borsetta. Ping fissa avanti a sé, in basso). Pronto? Ah, ti ho detto che ti richiamo io (si volta dall’altra parte, e tenta di abbassare al voce), Sì, sono sempre con mio zio…il paralitico…(Ping sente e la guarda stranito)…ma niente, che mi dice, sbiascica…dai, cinque minuti al massimo e ho finito...no, non fare la stronza…scema…dai, a dopo…ciao ciao…(Attacca il telefono. Si gira verso Ping, che ormai ha uno sguardo completamente assente) E quindi…ti dicevo…che dicevo? Ah, sì, la coincidenza astrale…no, non può funzionare. Mi dispiace. Sappi però che ti voglio bene, non possiamo tuttavia lottare contro forze più grandi di noi… giusto? Giusto, amore? PING: (si ridesta) Eh? Ah, sì,no...boh! Scusa ma credo di essere leggermente…disorientato… RACCHETTA: Non fare così…non fare così…vabbè, non hai capito. (dura) Fattene una ragione. Addio!
Si alza e va via, veloce. Esce a destra, da dove è venuta Ping rimane immobile ad osservarla andare via, a bocca aperta. Arriva Pong, che gli siede accanto. Per qualche attimo non parlano. Dopo un po’ Ping si rianima, e si gira verso Pong. Parleranno tra loro fissando il vuoto.
PING: Beh…voglio dire… PONG: No, vabbè, che vuoi dire… PING: Infatti, dopotutto…cioè, se c’è la coincidenza astrale… PONG: Beh, con le coincidenze astrali, che ci vuoi fare…
Attimi di silenzio.
PING: Ohi… PONG: Eh? PING: (sconsolato) E adesso? PONG. Adesso fammi mangiare…
Sipario. Fine. |
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