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12月16日 SUICIDE IS PAINLESSThrough early morning for I see Visions of the things to be The pains that are withheld for me I realise that I can see
That suicide is painless It brings so many changes And I can take or leave them if I please
The game of life is hard to play I'm gonna lose it anyway The losing card of some delay So this is all I have to say
That suicide is painless It brings so many changes And I can take or leave them if I please
The sword of time will pierce our skin It doesn't hurt when it begins But as it works its way on in The pain grows stronger watch I bring
That suicide is painless It brings so many changes And I can take or leave them if I please
A brave man once requested me To answer questions that are key Is it to be or not to be And I replied oh why ask me
That suicide is painless It brings so many changes And I can take or leave them if I please 12月10日 scrivere, lavorare, sfogarsiStasera vorrei scrivere qualcosa. Magari questi benedetti scambi di dialoghi. Magari la scena intera. Forse vorrei aggiustare qualche tono di voce, qualche espressione. E’ che questa dannata storia la sento troppo mia. La conosco già tutta, è tutta dentro di me, questa storia sono io. E cavolo se fa male ogni volta che provo a lavorarci. Fa male qui, alla bocca dello stomaco. Fumo duecento sigarette, mi distraggo con tremila cose, ma continuo a star male. Non riesco a lavorarci perché ci sto troppo dentro. Non è professionale come comportamento, lo so. Ma io ho provato di tutto. Il personaggio che più sento mio alter ego l’ho fatto diventare donna. Il contesto è uno dei più assurdi ed insostenibili. E’ tutto un altro mondo. Solo la città è la stessa, ma si vede di sfuggita. Eppure non ci riesco. Mi fa male come coltellate scrivere delle vite dei miei personaggi. Anzi, loro se le scrivono da sole, le loro storie. La mia difficoltà è stargli dietro, perché mi ritrovo proprio insieme a loro, in un mondo reale. E’ nella mia mente, ma è reale. E mi fa male. Tengo troppo a questa storia. Sono un gitano resistente alle emozioni, ma questa mi distrugge. Qualche santo protettore, qualche demone vodoo mi protegga. 12月5日 ROSSETTO E CIOCCOLATOCi vuole passione molta pazienza sciroppo di lampone e un filo di incoscienza ci vuole farina del proprio sacco sensualità latina e un minimo distacco si fa così rossetto e cioccolato che non mangiarli sarebbe un peccato si fa così si cuoce a fuoco lento mescolando con sentimento le calze nere il latte bianco e già si può vedere che piano sta montando é quasi fatta zucchero a velo la gola soddisfatta e nella stanza il cielo si fa così per cominciare il gioco e ci si mastica poco a poco si fa così è tutto apparecchiato per il cuore e per il palato sarà bello bellissimo travolgente lasciarsi vivere totalmente dolce dolcissimo e sconveniente coi bei peccati succede sempre ci vuole fortuna perché funzioni i brividi alla schiena e gli ingredienti buoni è quasi fatta zucchero a velo la gola soddisfatta e nella stanza il cielo si fa così per cominciare il gioco e ci si mastica poco a poco si fa così è tutto apparecchiato per il cuore e per il palato sarà bello bellissimo travolgente lasciarsi vivere totalmente dolce dolcissimo e sconveniente coi bei peccati succede sempre 11月26日 Il sipario calaQuando finisce uno spettacolo, e oltre il sipario cala tutto, mi assale un’improvvisa angoscia. Via il cd delle musiche, richiudiamo il copione, strappiamo la scaletta illeggibile fissata con lo scotch sul mobile del mixer audio. Questo per iniziare. Si comincia col proprio spazio di appartenenza. Quello che è il luogo del tuo lavoro durante la sacra rappresentazione, perde ogni magia. La cabine di regia, il buco misterioso. Laddove inviti la gente a tacere e spegnere i cellulari, laddove dai luce al buio, laddove prendono via tamburi, rulli, fanfare. Basta, chiuso. Il collega direttore delle luci sembra che dia colpi di mannaia quando cala i cursori e rimane solo i freddo neon della sala. Scendendo giù, cammino per la platea deserta, e dove prima veniva quel lieve e soffice, malamente camuffato vociare non c’è più. Non c’è proprio più niente. Carte di caramelle, matrici di biglietti, forse fazzoletti. Nient’altro. Salgo sul palco. Il direttore di scena, o chi per lui, comincia a smontare. Comincia coi teli, che sono più delicati. Via il muro della casa del vecchio, via le pareti della casa del padrone, via l’entrata del bordello. La magia fa si che si possano tutte ripiegare ed infilare in una sacca. Io comincio a radunare gli oggetti. L’elmo, la lancia, la spada. Infilo tutto dentro il tamburo, che tanto è grande. La lancia no, è troppo lunga, la metto da parte. Però nel tamburo ci entra pure il calice di pozione magica e il pitale. In un attimo ,sparisce tutto ciò che fa Antica Roma. Dentro un tamburo. Zzzzzzz…Zzzzzzz. Comincia il trapano. Si schiodano tutte le assi: via l’insegna, via i pilastri delle fondamenta. In un attimo, tutto a terra, e un attimo dopo, tutto dietro l’ultimo muro. Ora, quella che era una geometria è un palco che fa eco, vuoto, grande, inutile. La magia non c’è più. Provo a cercarla nei camerini, mentre cerco di far caso a qualche altro oggetto sfuggito al controllo. La cerco nei personaggi, nei protagonisti delle storie di cappa e spada, di amore e tradimento, di servi furbi e soldati sciocchi. Niente, i personaggi so no tornati uomini. Chi veste con il giubbino di pelle, che si apparta sorridente con la tizia che era in terza fila, chi corre fuori a fumare e chi va a cena tutti insieme. E l’eroe? La principessa? Rimane con me solo la costumista che fa sparire le ultime tracce, e il ragazzo/ragioniere della compagnia che mi stacca l’assegno. Il sipario è calato, ho fatto il mio lavoro, ho qualche soldo. Dovrei essere contento. Ma mi accorgo improvvisamente che mi manca e mi mancherà quella magia che ho avuto a mia disposizione tutte le sere. 11月19日 l'inquietudine di bernardo soares26.1.1932 Una delle mie preoccupazioni costanti è capire com’è che esista altra gente, com’è che esistano anime che non sono la mia anima, coscienze estranee alla mia coscienza; la quale, proprio perchè è coscienza, mi sembra essere l’unica possibile. Capisco che colui che sta di fronte a me e che mi parla con parole uguali alle mie, o fa dei gesti analoghi a quelli che io faccio o potrei fare, sia in qualche modo un mio simile. Eppure mi succede la stessa cosa con le figure delle illustrazioni che sogno, con i personaggi di romanzo che leggo, con le persone da dramma che si avvicendano sul palcoscenico attraverso gli attori che le interpretano. Credo che nessuno ammetta davvero la reale esistenza di un’altra persona. Può ammettere che tale persona sia viva, che pensi e senta come lui: eppure ci sarà sempre un ineffabile elemento di differenza, uno scarto materializzato. Ci sono figure d’altri tempi, immagini-fantasmi di libri che sono per noi realtà maggiori di certe insignificanze incarnate che parlano con noi dal terrazzo o che ci guardano casualmente dal tram, o che ci sfiorano passando nel caso morto delle strade. Gli altri non sono per noi altro che paesaggio e, quasi sempre, il paesaggio invisibile di una strada nota. Considero mie, con maggiore consanguineità e intimità, talune figure che sono scritte nei libri, certe immagini che ho conosciuto nelle illustrazioni, più di molte persone che sono considerate reali, che sono fatte di quell’inutilità metafisica chiamate carne e ossa. E “carne e ossa”, infatti, è una perfetta descrizione: sembrano cosa fatte a pezzi ed esposte sul banco di marmo di una macelleria, morti che sanguinano come la vita, gambe e cotolette del Destino. Non ho vergogna di avere tali impressioni, perché ho capito che tutti noi abbiamo impressioni simili. Il disprezzo che sembra esistere fra uomo e uomo, l’indifferenza che permette che si uccidano persone senza capire che si uccide, come fra gli assassini, o senza pensare che si sta uccidendo, come fra i soldati, sono dovuti al fatto che nessuno presta la dovuta attenzione alla circostanza, che sembra astrusa, che anche gli altri sono anime. In certi giorni, in certe ore che mi reca chissà quale brezza, che mi apre chissà quale porta che si apre, sento all’improvviso che il droghiere dell’angolo è un ente spirituale, che il commesso che in questo momento si affaccia sulla porta sopra il sacco di patate è un’anima capace di soffrire. Quando ieri mi hanno detto che il garzone della tabaccheria si era suicidato ho avuto l’impressione di menzogna. Poveretto, anche lui esisteva!!! Ce ne eravamo dimenticati tutti, tutti noi che lo conoscevamo allo stesso modo di coloro che non l’hanno mai conosciuto. Domani lo dimenticheremo meglio. Ma che egli avesse un’anima, questo è certo: era indispensabile per uccidersi. Passioni? Angosce? Senza dubbio…Ma per me, come per tutti gli altri, resta solo il ricordo di un sorriso stolto sopra una giacca di fustagno, sporca e con le spalle diseguali. E’ quanto resta a me di chi ha sentito così intensamente da uccidersi perché sentiva; perché, in fin dei conti, nessuno si uccide per nient’altro…Una volta, mentre mi vendeva le sigarette, ho pensato che presto sarebbe diventato calvo. Non ha avuto tempo di diventarlo. E’ uno dei ricordi che mi rimangono di lui. Quale altro ricordo mi sarebbe potuto restare visto che questo non appartiene a lui, ma a un mio pensiero? E all’improvviso vedo il cadavere, la bara in cui è stato messo, la fossa, totalmente estranea, nella quale è stato probabilmente portato. E mi accorgo, sempre all’improvviso, che il commesso della tabaccheria era, in certo qual modo, con la sua giacca sbilenca e tutto il resto, l’intera umanità. E’ stato solo un momento. Oggi, ora, chiaramente, come l’uomo che io sono, egli è morto. Nient’altro. Sì, gli altri non esistono…E’ per me che questo tramonto pesantemente alto trattiene i suoi colori nebbiosi e duri. Sotto il tramonto, senza che io lo veda scorrere, il grande fiume si increspa per me. Per me è stata fatta questa piazza aperta sul fiume che si sta gonfiando per la marea. Oggi nella fossa comune è stato sepolto i garzone della tabaccheria. Non è per lui il tramonto di oggi. Ma, poiché ho pensato questo, e senza che lo voglia, neppure per me è questo tramonto. 10月26日 stream of consciusnessL’importante è finire. Si comincia, si sviluppa, si finisce. Non ho mai cominciato niente, credo. Ho sviluppato sempre male le cose, in maniera insana, e a chiudere non sono capace. Non è questo ciò che voglio, ma non posso farne a meno. Che palle. Mando la musica senza vedere ciò che sta accadendo, la scena immaginata e creata. Boh! E’ stressante. Lo stress è il male del nostro tempo. Cucciola, cucciolina, i tuoi baci... Belve, tigri, piranhas, licaoni. Il licaone, strano nome. E strano animale, con le orecchie grandi. Netlog, lo spazio aperto allo sfogo immaginario della gente. E io qui, che non so che cazzo fare. Mi faccio una canna, di quello buono. Mi son rotto i coglioni. Non so che voglio. Meno male che parto. Cazzo, parto, da buon gitano parto. Ecco che cosa mi rende nervoso ed inquieto: è da troppo tempo che sto fermo. Forse non vedo l’ora di partire. Partire è per un gitano tornare ad essere sè stesso. Forse sarà questo. E se perdo il trampolino di lancio? Mi consolo sapendo che tanto potrebbero aver tolto l’acqua alla piscina. Sto male, un distillato di malore. E' fisico ai denti e allo stomaco, la mente è tutta malata. Sono un pazzo come Remo, forse. Ma lui si cura con la fica. A me che mi cura? Le nuvole, laggiù, le nuvole che corrono via. Ma neanche. E’ solo un funk romano matto in culo. Questa è roba mia, solo roba mia. Le Trois gymnopedies: mi rilassa e aumenta la mia melanconia. Mi butto dal fiume, ma si. No, troppa attesa tra il salto e l’arrivo. Fastidio, fastidio. Questa vita è un fastidio. Almeno se fossi padre…magari fossi padre…qualcuno più piccolo di me mi terrebbe per le palle, e mi farebbe sciogliere ad ogni mugolio. Ma che padre di merda sarei, se fossi padre. Sono solo un figlio, per ora. Figlio della terra, naturalmente. Nella buona e nella cattiva sorte, suo figlio. Mia madre ha cinquantanni e non li dimostra. Forse vorrei avere cinquanta anni, ma sarei corrotto. E odio la corruzione. Una merda, ma incorruttibile. E’ più giusto. Lo squalo è il mio animale preferito. Perché? Direi perché è nobile, armonico, plastico, maestoso. Silenzioso, discreto, un approfittatore delle migliori situazioni. Misurato. No, no. Mi piace lo squalo e basta. Mi piace lo squalo perché è uno squalo. Lo squalo martello non mi piace, è brutto. Son stanco, stanco sempre più stanco. Everyday, come everynight. 6 anni non basterebbero ad evidenziare i cambiamenti. Vado a prendere la canna, che mi scoppia al testa. Mi faccio schifo. Però sono sincero. 10月18日 SONO UN INCOMPETENTE DI POLITICA
Riepilogo: tempo fa, con la mia associazione cultuale di studenti di Roma Tre, per la maggior parte laureati in cinema ed audiovisivi, comincio ad interessarmi del caso Museo del Cinema di Roma. Struttura unica nel suo genere nel territorio romano e con sede nel fabbricato industriale dell’ex Pastificio Costa di via Portuense. Un Museo con interessanti cimeli chiuso per ordinanza giudiziaria e sottoposto a sfratto. Il domandarsi perché porta a scoprire che l’intento è quello di demolire lo stabile (proprietà storica, è il primo edificio industriale in cemento armato del territorio di Roma) per costruire un palazzo con oltre 200 appartamenti. Da bravi reporter, e soprattutto da amanti del cinema e di tutto ciò che vi ruota attorno, cerchiamo di capire il perchè: referente principale è l’avvocato Roberto Pazienza, avvocato membro dell’associazione Italia Nostra, il più informato sui fatti. La conclusione è che si sono presentati diversi vizi procedurali, da atti incerti delle giunte comunali, ad una notificazione varia e dispersiva tra i vari uffici preposti, con errori di valutazione e smarrimenti strani. La notizia ci stranisce e ci incuriosisce allo stesso tempo.
Il secondo passo che abbiamo compiuto è stato quello di informarci sull’estensione territoriale di tale situazione. Il professor Travaglini, e la sua associazione CROMA, impegnata sul territorio capitolino, gentilmente ci mostra e ci documenta l’importanza archeologica del quartiere Ostiense: primo quartiere industriale di Roma , risalente all’epoca del sindaco Lathan, necessitante ora, divenuto sede della terza università, di una delicata trattazione ed ammodernamento, in vista di una riqualificazione delle sue strutture. Tra queste, il pastificio Costa, ripeto primo edificio in cemento armato di Roma e luogo di studio degli studenti di architettura ed ingegneria.
Questa l’estrema sintesi del lavoro che portiamo avanti (filmato, documentato, vissuto).
Veniamo quindi ad oggi ed al titolo di questo mia articolo. Oggi 18 ottobre 2007 esce un articolo sul Corriere della Sera dove viene riportato l’ingresso delle indagini della Procura per far luce sui misteri del pastifico. Oggi 18 ottobre, l’avvocato Pazienza ha un appuntamento con l’assessore all’urbanistica Morassut sull’argomento (le coincidenze fortuite della vita, potremmo dire). Appuntamento alle 13.00. Alle ore 12.00, vengo gentilmente informato dall’avvocato Pazienza di questo e sono invitato a partecipare all’incontro. Sono entusiasta. Vedrò un cittadino ed una assessore a colloquio, vedrò una chiacchierata con tesi contrapposte tra professionisti, tra incaricati di fare le veci dei cittadini. Esempio di vita civile. Alle 13.30 finalmente l’assessore può riceverci. “Chi sei?”, mi domanda. “Piacere Damiano ,studente di Roma Tre”. “Ah, bene”, è la sua unica risposta, la sua unica domanda, non interagirò più con lui. Riporto ora la parte più interessante del dibattito, anche perché è stata l’unica:
Pazienza: “ Ha letto il Corriere della sera, Assessore?”
Morassut: “ Sì, certo…in particolare riguardo cosa?”
Pazienza: “Beh, ma riguardo a quello di cui dobbiamo discutere in questo incontro…”
Morassut: “Perché, di cosa dobbiamo discutere?”
Pazienza: “Ma del caso dell’ex pastificio Costa, è per questo che sono venuto”
Morassut: “Ah, non lo sapevo”.
Ora, io ho 24 anni, laureato da uno in sceneggiatura cinematografica, lavoro saltuariamente in teatro. Non sono un esperto di incontri negli uffici comunali. Ma la sola cosa che so, è che se un assessore da un appuntamento nel suo ufficio, di certo saprà l’argomento di tale incontro. Mi vedete dire:”Pronto assessore, sono Damiano, posso venire da lei oggi pomeriggio, che ne so, verso le due?” “Ah, si vieni, tanto non ho nulla da fare, chiacchieriamo un po’”. No, non funziona così.
L’assessore inizia stupendomi, ma non in senso positivo purtroppo.
Dura poco, purtroppo, il resto. L’assessore, fatta luce sull’argomento oscuro, dichiara di esserne molto informato, certamente. Ma sull’argomento non vuole parlarne con Pazienza. Dopotutto, ormai c’è la Procura che indaga, e quindi sono affari suoi, se fanno luce su qualche intoppo si verrà a sapere. Si, ma l’avvocato chiede ora son qui, per discutere di questo, lei dovrà darmi delle risposte. No, dice l’assessore, io non sapevo che lei veniva qui per questo, si accomodi fuori. Mi caccia? replica l’avvocato. No, non la sto cacciando, la sto invitando a andarsene (il dono di un politico è la retorica).
I due sono in piedi, i nasi si sfiorano di due centimetri, dita tese all’indirizzo dell’altro. Via via, andiamocene.
Fine dell’incontro con l’assessore. Ora, io so che un tempo c’era chi auspicava i filosofi alla guida politica della città. Non sono così esigente. Ma mi aspetto come delegato della comunità di cui faccio parte una persona che pago per il dono della dialettica, per la capacità di ascolto, per la chiarezza degli intenti, per la compostezza e l’autorità. Oggi ho visto parlare (io non ho fiatato, ripeto) un ragazzino che è stato colto impreparato all’interrogazione. Impacciato, poco eloquente, aggressivo, giustificatorio.
“Allora comunicherò alla giornalista che sapeva di questo nostro incontro che lei mi ha mandato via perché non vuole parlarmi”, saluta l’avvocato. “E’ molto scorretto che lei abbia avvertito una giornalista di questo incontro. Molto scorretto” si infuria l’assessore.
Effettivamente, l’avvocato doveva avvertire non so, i vigili urbani, i pompieri, il papa, non certo l’opinione, l’informazione pubblica.
Ma io sono un incompetente di politica, questo l’ho visto oggi, mica funzionano così le cose.
A 24 anni ho assistito ad uno spettacolo disgustoso. Senza argomento, solamente nervosismo ed incapacità di “politicare”. Grazie funzionari pubblici. Grazie Morassut.
10月13日 PIANTARE LE TENDEEccomi qua…al suono della musica elettronica e mentre costruisco una tendina…torna il gitano factotum a parlare… Che dire? Dico che chi è senza radici come me, una trottola, certe cose forse le può raccontare con più chiarezza, perché si lascia trasportare meno dal luogo, dai ricordi e dalle realtà passate. Io vivo l’ora, quando e il perchè è di adesso.. E se guardo l’ora, l’adesso, dico che se rinneghi un ideale, un progetto, una di quelle cose che tu finché non vedi realizzate aborri l’idea di fare le valigie ed andartene, beh, se sei capace di fare questo quando ancora puzzi di latte e l’unica cosa che hai è il tuo spirito (spirto guerrier ch’entro ti rugge), allora stai sbagliando. I gitani non giudicano mai, l’ho detto, ma sanno qualche cosa: e sanno che la parola, la promessa, è l’unica cosa che hai. Sanno i gitani che se vendi l’anima hai venduto l’unica proprietà che hai, e poco importa se nel passato hai dimostrato di averla. La tua anima serve ora e qui, in questo momento, serve a dare forza a chi un anima ancora non ce l’ha e a difendere i fratelli da chi quell’anima vuole portagliela via. Serve a farti sentire vivo, a farci sentire vivi, a fare di noi un corpo unico. Hai buttato via l’anima perché sei esausto (devi allenarti alla fatica, fratello, la mentalità gitana ti porta in giro per il mondo, ti fa mangiare la strada come se fosse di frutta), hai detto di non avere l’anima perché il passato ti ha stancato. Ma il passato non serve fratello, se non per costruire il tuo futuro, agendo sul presente. Ho diritto a dirti questo, fratello, come devo dirti che stai facendo una cazzata, come dicendoti che sei una testa di cazzo. Perché se abbandoni la via della conoscenza, ti tocca trasformare la tua tenda in un muro. E i muri non camminano. Si crepano col tempo e con la stanchezza, che invece di andare via mangia tutto.Amen fratello, amen amico, amen gran testa di cazzo 9月28日 E' TEMPO DI...E’ tempo di svegliarsi, fratelli. E’ tempo di farsi rodere, di non accettare. Non è solo tempo di vaffa, è tempo di voglio e arivaffa. E’ tempo del giusto, di non inseguire più il successo ma la giustizia, è tempo di ottenere ciò per cui si fatica e si suda. Niente più accontentarsi, niente più pretendere, ma ottenere. Ottenere, ottone, lega, metallo, forza. Le nostre vite sono tutte originali, ognuno di noi è così speciale che solo lui può essere lì in quel momento: ottenere di avere quel momento è sacrosanto. Non discorsi di preparazione, di capacità o di stima altrui. Semplicemente, la naturalità di essere l’unico a poter fare questo o quello. E’ così che deve essere, non altrimenti. I gitani direbbero: è come spostarsi con i propri carri, la propria casa, lungo ed intorno al mondo: perché? Perchè è quello il nostro posto. Indipendentemente dagli altri e dai sistemi. I gitani si spostano. Gli uomini, noi…noi viviamo. 9月4日 IL PENSIERO DI UN ATTIMOQuando il pensiero della morte ti sfiora per un attimo. Non so, a dispetto dell’età giovane, penso sia comune. La facilità della morte, per esempio. La Morte, maiuscola. L’unica entità astratta divina veramente giusta, che se ne frega di soldi potere e simpatia. Milioni di morti corrono nella mente: la macchina che non controlli da troppo tempo, un viaggio in zona di guerra, non guardi il semaforo, non metti il preservativo – peggio ancora, è rotto -, bevi troppo, mangi funghi raccolti da solo, inciampi, sei al posto sbagliato al momento sbagliato, non dai retta ai tuoi genitori, dai retta ai tuoi genitori, ti dimentichi di spegnere il gas, sbagli boccetta a cui attaccarti quando hai sete, violi le condizioni di sicurezza, non sai cos’è la sicurezza, hai una maledetta sfiga del cazzo, te le vai proprio a cercare, vuoi emulare il tuo idolo ribelle, non hai nessun idolo da emulare, vuoi essere un idolo, tutti si chiedono troppo da te, non ti ami, non chiedi niente a te stesso, batti la testa, una lametta a facile portata di mano, sei circondato da pazzi malati dissociati omicidi, Dio ti punisce, il partito non ti assiste, non mangi, non bevi, non hai le medicine, sei cagionevole, corri troppo, scarsa attività fisica, ti tagli, ti sbucci, sangue vomito vertigine freddo. E’ normale, pensare a questo. Ci penso, non spesso ma con una certa frequenza. Balenio di immagini improvvise. Non ho paura, né terrore, la morte la vita la differenza tra essere vivo e non esserlo. L’unica preoccupazione è quella di far sì che i due stati della materia siano distinguibili. Essere morto sia non essere vivo. Senza pensare di perdere nulla, senza sperare di ottenere qualcosa. Semplicemente, dare alle due cose una precisa identità. Siamo ombra e polvere. 8月28日 Los gitanosI gitani sono nomadi. I gitani nel corso del tempo hanno percorso chilometri, dall’Asia all’Europa, forse si sono fermati, forse tra un po’ partono. I gitani sono una grande famiglia, i gitani hanno lo stesso sangue, i gitani si tatuano le tartarughe, i gitani si coprono le spalle, si riprendono, si rimproverano. I gitani amano alla follia, solo per un attimo, sono innamorati dei momenti. I gitani vivono i momenti e moltiplicano i momenti a loro disposizione. I gitani non sanno stare fermi. I gitani si lavano quando possono quando devono, devono quando possono. I gitani sono amici di tutti, i gitani sono diversi da tutti. I gitani sono spiriti liberi, vanno a cavallo. I gitani odorano di vita. I gitani non sanno stare fermi. I gitani suonano, cantano e ballano. I gitani sono curiosi. I gitani sono un clan, amano la notte, sono figli della luna e delle stelle, si coprono con il cielo nelle notti fredde. Amano stare al sole, raccogliere i frutti, fare festa. Le feste dei gitani sono riti, corpi che si mischiano e si conoscono, vero incontro di anime. I gitani hanno fame di vita, non si legano alle cose. I gitani sono cinici, istintivi e passionali. Mangiano i chilometri, la strada e tutto quello che offre ai loro occhi. I gitani siamo noi. Abitanti dell’anima.
8月1日 ...viaggio...Domani parto. L’importanza di un viaggio si capisce da due cose: da quello a cui va incontro, e da quello che lasci dietro. La mia meta è bianca, nel senso non so quello che troverò: so che starò insieme a persone di cui mi fido più di me stesso, e le quali riescono tranquillamente a farmi rimanere solo con me stesso, in certi momenti. Questo è quello più importante. I luoghi, le azioni, saranno relative. Quello che lascio, è un altro paio di maniche: lascio i soliti luoghi che mi hanno e mi abituano, lascio qualche amico – qualcuno deluso, qualcun altro no - , lascio la mente passiva, lascio più di un battito di cuore. Questo mi pesa, e forse quel battito di cuore non è altro proprio perché so che devo pagare il dazio adesso per il viaggio. Forse al ritorno…ma certe occasioni non ritornano come i turisti tornano a casa…però speriamo facciano eccezione. Buon viaggio a tutti. Viaggio, viaggio…bum bum… 7月30日 DANZA CON LA MORTE
Il mio sogno da ragazzo era di diventare biologo. O meglio, zoologo. Esperto di animali, di ecosistemi, di piccoli miracoli che avvengono nel microscopico mondo delle formiche cos’ì come dei lunghi ed immensi viaggi degli elefanti verso la morte. Era forte ,questo sogno. Poi un giorno qualunque, credo fosse un giorno caldo, probabilmente maggio, in un atrio di passaggio riadattato a sala proiezioni, il professore di italiano ci fa vedere un film. Iniziava con un vecchio, un ricco vecchio borghese, stimato medico svedese, pronto a ricevere un’alta onorificenza per una vita spesa al servizio del prossimo. Iniziava con questo vecchio che confidava ad una lettera i suoi sogni di vecchi, o meglio incubi, sogni fatti di rintocchi di orologio sempre più forti e di immagini di morte solitaria e deserta. Sogni “ossessivi ed umilianti”, li definiva quel vecchio. Sogni che conducevano verso la consapevolezza del proprio tramonto. Decisi dopo quell’ora e mezza di film di dimenticare formiche ed elefanti, e capii che se una cosa doveva essere il mio destino, allora doveva essere la pellicola. Il film. Il raccontare le storie attraverso le immagini. Ingmar Bergman diede una sterzata decisiva al corso della mia vita. Lui, da solo, con il primo suo film che vidi. Con Il posto delle fragole. Ingmar Bergman è morto oggi. Era vecchio, per carità ,ma secondo a me ha vissuto troppo poco per quello che ha sempre avuto da dire. Me lo immagino, sulla sua isola, lontano dal mondo e dagli uomini – che secondo me non ha mai tropo tollerato se non per motivi di lavoro -, che decide lui, lui solo e basta, che è arrivato il momento di andarsene. Personalmente, non credo che stavolta ha giocato una partita a scacchi con la morte: non gli avrebbe permesso di vincere, tutto qui. Ha battuto censure, tabù e prassi nel cinema, figuriamoci se bastava la morte. E’ lui che ha deciso. Punto. Persona, Il settimo sigillo (e la relativa versione teatrale, che adoro, Pittura su legno), Scene da un matrimonio, Il posto delle fragole, Il volto. Questa la mia personale bacheca dei valori. Mi sento leggermente sconvolto. E’ morto colui che m’ha fatto scegliere il cinema come vita. Cavolo. 7月25日 L'ULTIMA DONNA
- L’importante è provarci. – La donna pronuncia le parole quasi sottovoce, tiene lo sguardo basso, massaggiandosi il collo con la mano. - A far cosa? – L’uomo fissa la sua mano sul collo, e accarezza il boccale di birra con le mani. - A dirci la verità. Se dobbiamo mentire anche tra noi… - Sono sempre stato sincero con te. - Dire la verità non è essere sincero. Puoi essere sincero ed al contempo non dire la verità. Per dire la verità, bisogna interrompere i silenzi dell’anima. - Non ti ho mai nascosto nulla. Non ho potuto stare lontano da te finora perché solo con te non mi sono sentito soffocato dal silenzio. - Ne sei sicuro? - Sì, certo. Sono sempre stato nudo di fronte a te. - Sei sincero? - Sì. - E stai dicendo la verità? La donna ora fissa l’uomo negli occhi. I loro sguardi entrano uno dentro l’altro. L’uomo stringe forte il boccale tra le dita, lo afferra con la destra e finisce con un unico gesto la sua birra, fissando il fondo del bicchiere. Fa rumore mentre fa cadere il bicchiere su tavolo. Torna con gli occhi allo sguardo della donna. Sa che quella è l’ultima volta di quell’intimità.
7月19日 desertoNon so che cosa scrivere… Ma devo scrivere. Riempire pagine. E’ la mia vita. I concerti che ho visto? Mah, niente grandi commenti: Nomadi: grandi; Genesis: spettacolari. Nidi d’Arac: trascinanti. Verdena: bleah… Gli incontri? Interessanti ma inconcludenti. Voglia: pari a zero. Ho detto tutto. Ho scritto, perché dovevo. Ma ho poco da dire. 7月16日 VIUUUULEEEENZAAAAAAAAAAAAA!!!!!!Dall’ultima volta che ho scritto:
Tante cose, ma sono sempre in fibrillazione e non sto mai tranquillo, come se fossi scontento…manca qualcosa…che sarà? 7月7日 STOMACOLa maggior parte della gente pensa di vivere la prima sensazione ad un livello visivo, ossia quando vede una cosa.
Io penso che la vivi nello stomaco.
Ieri gli ingegneri artistici mi hanno detto che, per una certa teoria, l'entropia, il caos insomma, governa anche l'acquisizione di informazioni: insomma, per ricevere un'informazione, si deve considerare la differenza tra il segnale mandato, l'informazione trasmessa insomma, e la differenza tra l'informazione che il soggetto ricevente pensa di dover ricevere: tale differenza è l'informazione.
La tv trasmette l'immagine di una bottiglia, io credo di dover ricevere l'immagine di un'intera tavola, la differenza tra la mia tavola imbandita e tutto ciò che non appare (bicchieri, stoviglia, cibi) è l'informazione ottenuta, ossia la bottiglia. Più o meno è questo, detto rozzamente (non nfatemi fare lo scienziato).
Ora, questa bottiglia dove la metto? (non fate i volgari e scontati)
io dico che finchè rimane visiva non serve a niente...ma se quella bottiglia è quella di quell'appuntamento, di quella festa, di quel successo ,allora è nello stomaco che essa acquisisce il senso. Perchè è con un crampo intestino che sentiamo le cose.
E' con lo stomaco che ogni volta che la rivedo mi accorgo che porca troia non è mai passata.
E' con lo stomaco che mi accorgo che mi sto divertendo, che sono rilassato.
E' con lo stomaco che sto male da morire per questa cavolo di depressione improvvisa.
Lo stomaco è la nostra anima, l'intimus latino.
Porca puttana, ho bisogno dell'enterogermina...
Lascio con una mia traduzione dal testo napoletano di una canzone pop che non vale molto, nè musicalmente nè testualmente, ma a cui sono molto affezionato per via di un film. E perchè poi ogni volta che la sento, mi ricordo certe immagini e il crampo allo stomaco mi prende sempre un pò:
La tua luce dentro me, I tuoi passi e non ci sei, E’ cominciato un giorno senza te. La tua foto sul comò La riguardo ancora un po’ E decido un’altra volta di scordarti. Chiudo gli occhi per non piangere Ma questo cuore vecchio e stanco non si sa rassegnare.
Chissà a quest’ora dove stai tu Che stai facendo senza me Chissà se mi pensi Con l’occhio stanco dentro il caffè Ci stai mettendo come me Una lacrima e bevi. Vivo senza l’aria il giorno che non conoscevo Si è asciugato il mare, e tutto il bene che ci stava. Ma non ce la faccio proprio più A tirare avanti senza te E come uno scemo Vado girando per la città In mezzo alle strade a chiamare te Ma tu non mi senti.
Sento i passi tuoi ma non ci stai dentro la cucina Dentro la stanza da letto ci sta il solito cuscino Non hai detto una parola Come chi non tiene voce Come chi ha deciso che non si ha da fare E sei andata via così Come il vento se ne va E quel povero aquilone cade giù. L’aquilone è questo amore Va cercando il vento E in mezzo al vento, a te che lo fai volare.
Chissà a quest’ora dove stai tu Che stai facendo senza me Chissà se mi pensi Con l’occhio stanco dentro il caffè Ci stai mettendo come me Una lacrima e bevi. Vivo senza l’aria il giorno che non conoscevo Si è asciugato il mare, e tutto il bene che ci stava. Ma non ce la faccio proprio più A tirare avanti senza te E come uno scemo Vado girando per la città In mezzo alle strade a chiamare te Ma tu non mi senti.
Sento i passi tuoi ma non ci stai dentro la cucina Dentro la stanza da letto trovo il solito cuscino. La tua voce dentro me I tuoi passi e non ci sei E mi addormento in braccio alla notte senza te. 7月4日 PIER VITTORIO TONDELLIDomani ho un esame su Tondelli. Ho fatto il pessimo errore di leggermi Tondelli per quell’esame. Non ce la faccio, no. Leggere Tondelli non è propedeutico a nessuna esibizione di arte linguistica, a nessuna discussione intellettuale sulla scrittura. Tondelli, e il suo libro come lui, è una battaglia senza esclusione di colpi, un qualcosa che ti stritola il cuore, ti mozza il respiro. Qualcosa di malefico, a suo modo, perché lo fa parlando attraverso le banalità, le piccole banalità, dalle birre agli spazi, dai ragazzi anonimi alle riviste di seconda linea. Lo sapevo che era così, e infatti avevo interrotto la lettura tempo fa, per poter respirare e tirare fuori qualcosa di cervello, e non di cuore. Ma non ho resistito. Ho fatto lo studente e ho letto. Risultato, sto qui sul computer cercando di sgombrare la mente dall’emozione. Ma ancora la cerco nel cervello, e non nell’anima. Quindi sono destinato a soccombere. Sei un grande, Pier Vittorio. 7月3日 MENTA FREDDA, NON MENTE...DICE VERITA', E ANNUISCO COL MENTOOK. Ora che sto a mente fredda posso concludere qualcosa. Due bore, una molto bella mora, l’altra no, però prorompente e porcona, bionda. Si mettono a ballare davanti a noi, si accarezzano, si baciano. Si baciano, sensuali, sapendo di farlo solo perché noi folla di uomini glielo abbiamo chiesto. Non ci vedo più. Metto la mia testa tra la loro, sento l’odore dei loro profumi e delle loro pelli, le mie labbra, che puzzano d’alcool, si avvicinano. “No, abbasta così”, dicono, e se ne vanno. Dio, sono eccitato come un koala unico sopravvissuto della specie. E loro se ne vanno. Finisce che pomicio con una spagnola che aveva solo gli occhi carini, il resto non lo ricordo perché era ininfluente. Smacco dello smacco, se ne va mano nella mano con un altro. Fortuna che neanche il nome ci siamo detti. E aveva le dita piccole: bleah!!! Come è ingiusta la vita, che mostra e non offre. Però che seratona che ho passato, con i grandi. Che bella la vita. Ormai bevo solo cocktail a base di mentE fredda. Magari un mojito 6月29日 A MENTE FREDDANiente Marja, ieri sera. Niente donne, ieri sera. Però è una gran sera. La luna enorme, un leggero vento che trasporta corpo ed anima e lo fa faticare di meno. 100 metri per tornare a casa, ed ecco lo scenario più bello della serata: il cadavere della notte estiva. Sono le 3.30, e l’estate ha il potere di regalare, alla fine delle sue giornate, le tracce più evidenti della vita che si è spenta solo per poche ore, tracce sparse ovunque intorno. Fumando l’ultima sigaretta faccio il giro più lungo, e compongo il mosaico di brandelli che mi circondano. Per la maggior parte si tratta di bottiglie, di ogni colore e con ogni etichetta possibile, dal verde appare il blu, strisce gialle nere bianche, bicchieri ogni tanto, tappi ovunque. Mini-bottiglie, fiaschi e lattine. L’estate asciuga la gola, ma soprattutto fa venir voglia di bagnarla. Le trovo ovunque: sulle panchine – vedo la coppietta ai primi approcci che se l’è scolata -, sui muretti, disintegrate tutt’intorno, sui cofani delle macchine – cavolo, erano due ore che andava in giro con in mano questo resto, da qualche parte doveva posarlo –, che strabordano tipo schiuma dai cassonetti ormai pieni. Vedo cicche di sigarette ovunque, là in terra, e vedo fogli e foglietti di vario tipo: conti di ristoranti troppo eccessivi- meglio buttarli e dimenticarli- , pubblicità di ogni locale che nasce e muore in un giro di Sol, pezzi di biglietti d’autobus diventati nella migliore delle ipotesi filtri per le sigarette o quant’altro. E vedo fototessere, finite a terra chissà come, resti di cibarie sbranate in un attimo – fame tossica di vagabondaggio estremo -, un mazzo di chiavi – qualcuno vagherà più di me, stasera -, un braccialetto di quelli comprati dal senegalese che saluta all’americana. E vedo, là in terra, un senzatetto che dorme all’aria, circondato di cartoni di vino. E’ un resto anche lui. Accanto a lui, un altro collega di sventura che si masturba nella notte – come ci riesce, non lo so, ma buon per lui -. Metto quest’immagine con le bottiglie, i foglietti, le chiavi, e mi sto convincendo che siano resti inorganici anch’essi. Finchè non passa un’ultima banda di vagabondi come me che canta canzoni a squarciagola, stonate dall’alcool, mi desto dal torpore immaginativo, e ricomincio a sentire che respiro, aggiungo la mia cicca al cadavere della giornata, e ritorno a casa. |
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